Il linguaggio come forma per dare senso al mondo: Un dialogo tra Calvino e Nietzsche

Fin dall’antichità l’uomo si è interrogato sul rapporto tra il linguaggio e la realtà. La questione verte sulla natura del logos e la sua possibile corrispondenza con il mondo, in altri termini la sua “esattezza”. La posta in gioco è oltre che gnoseologica, inevitabilmente esistenziale.



Credo che esista un ponte tra il logos umano e la realtà. Questo presenta una struttura fragile, è simile ad un ponte di legno con assi rotte o mancanti e nel suo attraversamento richiede coraggio e perseveranza. Questo ardimento lo aveva senz’altro Leonardo da Vinci che si definiva “omo senza lettere” in quanto pensava di poter fissare meglio la sua scienza nel disegno più che nella parola. Nonostante questo, nel corso degli anni Leonardo, come riporta Calvino, “riempì i suoi quaderni di una scrittura mancina e speculare”* introducendo, cancellando e sostituendo termini per cercare di avvicinarsi sempre più alla realtà, per seguire infine una apparizione.


Lo stesso Calvino in “Lezioni Americane” crede che la narrazione sia un logos soggettivo ancora in grado di dare un senso e una forma al mondo. Nel capitolo terzo, dedicato al tema dell’esattezza, egli insegue l’ombra di un linguaggio che riesca ancora a rendere le sfumature del pensiero e dell’immaginazione nell’epidemia pestilenziale che ha colpito l’umanità nella sua più intima facoltà: l’uso della parola. Questa peste presenta in Calvino un antidoto in una nuova idea della letteratura che sola “può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio”*.


L’esigenza di poter ancora esprimere un logos il più possibile esatto “come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione”* nasce da una sorta di ipersensibilità o allergia dell’autore, che non riesce mai a dirsi soddisfatto delle sue parole. Tale soddisfazione, ho ragione di credere, rimane comunque sempre inaccessibile all’uomo il quale cerca sempre agli estremi del suo pensiero una parola più sottile in grado di “accarezzare” il volto della realtà.


Il tentativo di Calvino verte quindi sul fare della narrazione un’arte dinamica in grado di dare una forma e un senso agli eventi e di creare degli intrecci. La narrazione quindi perde inevitabilmente la propria neutralità approdando ad un “porto” meno sicuro ma in grado di restituire un senso alla realtà: il punto di vista del narratore. Questa nuova narrazione in soggettiva la si può cogliere in “Le città invisibili” dove l’autore ci suggerisce che una stessa realtà può essere “parlata” in più modi. Calvino attraverso il protagonista ci narra della città immaginaria di Dorotea che può essere descritta attraverso le sue torri, le sue mura, le sue case… tuttavia può essere anche narrata attraverso un intreccio e uno sguardo in soggettiva con i ricordi dell’autore, i gesti delle persone, le sensazioni evocate dal luogo che solo i più grandi autori come Calvino riescono a narrare: “Quella mattina a Dorotea sentii che non c’era bene nella vita che non potessi aspettarmi”*.


Distante da questa posizione è senz’altro Friedrich Nietzsche il quale definisce la verità come “un esercito mobile di metafore, metonimie ed antropomorfismi”*. Nietzsche intende tagliare totalmente i ponti tra il linguaggio e la realtà. Tutto ciò che definiamo verità è un’illusione di cui abbiamo dimenticato la natura illusoria. Il linguaggio ha origine attraverso un processo di metaforizzazione. Gli uomini milioni di anni fa hanno cercato di dare un nome ad ogni cosa attraverso metafore inizialmente convenzionali come trasposizioni allusive e balbettate. Tuttavia esse nel tempo si sono cristallizzate in concetti su cui noi facciamo affidamento credendole realtà e dimenticando la loro origine metaforica.


Le metafore logorandosi nel tempo perdono ogni forza sensibile divenendo monete prive di immagine e consumate, prese in considerazione come metalli e non più come monete. In questo modo l’uomo appare incapace di nominare la realtà e in grado solamente di “parlare” il proprio rapporto con questa.

La realtà in Nietzsche non conosce nessuna forma ed alcun genere ma soltanto, utilizzando un termine heideggeriano, una natura “ontica” come oggettività per noi inafferrabile.

Credo, accanto a Calvino e contrariamente a Nietzsche, che il linguaggio rappresenti una grande occasione per il pensiero nel suo tentativo “fragile” di nominare la realtà. Questo tentativo rimane debole e sempre insoddisfatto perché sussiste sempre comunque per l’uomo una sorta di discrasia ontologica tra le sue parole e la realtà. Ciò non deriva come alcuni potrebbero pensare da una mancata capacità espressiva o linguistica piuttosto dal fatto che il nostro linguaggio, tentando di gettare un ponte sulla realtà, la ferisce, lasciandone brandelli con cui noi tentiamo di balbettare.

Ognuno di noi narra un universo inesprimibile e pur impresso di bellezza che ci permette e in un certo senso ci regala la vita e il suo senso in modo del tutto singolare.

Come afferma Calvino “la parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte gettato sul vuoto”*.


Articolo a cura di: Paolo Fisichella


*Calvino, Italo, Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori, Milano, 2011, p.59

*Ivi, p.46

*Ivi, p.45

*Calvino, Italo, Le città invisibili, Mondadori, Milano, 1993, p.9

*Nietzsche, Friedrich, Su verità e menzogna in senso extramorale, trad. di Giorgio Colli, Adelphi Editore, Milano, 2015, p. 20

*Calvino, Italo, Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio, cit., p. 58



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