Il Grande Me, di Anna Giurickovic Dato, Fazi Editore

Recensione del libro e tre domande alla scrittrice.


La morte è una raccolta delle storie della vita, la pergamena che srotoli ed ammiri per rivedere le scene che spariscono un salto tra le cose senza tempo il risultato che rimane giorno e notte a ricordarti che ci sarà un sempre.



Una figlia, che rincorre la vita che sta fuggendo al padre e si aggrappa ad ogni sguardo, ogni parola, ogni ricordo. Pochi mesi o giorni per leggere il papiro che è quasi tutto scritto. E allora scorre la pellicola di un padre che è stato un piccolo monello, caparbio nel volere le cose che ha già dentro:una chitarra, i tasti di un pianoforte, soldatini di piombo.

Poi un ragazzino che diventa Leopardi e legge libri che non comprende, ma li ripone nella grande libreria dei sogni, tutti catalogati in modo maniacale e poi bucati con le freccette dei suoi giochi. Conoscerlo è difficile, lui che da timido Simoncino, diventa un estroverso cantante e musicista, ora cerca di tornare bambino per incontrare di nuovo l'amore della madre. Il tempo stringe e anche un mese in più con la cura veronese può essere una scoperta del dolore che ha accompagnato la sua vita e che ora la malattia rende insopportabile.

C'è tempo quindi per conoscere un segreto che gli esplode dentro, per immaginarlo, con i pantaloni a zampa d'elefante, girare il mondo con la sua band. Il tempo per ricordare la sua voce in canto, la voglia di trasmettere la vocazione ai propri figli, il tempo per rivivere le prime delusioni di una chitarra che mai accompagnò il concerto di Patty Pravo. Poi le feste che sembravano poter guarire un poco quell'attesa e che invece si risolvono in ritorni a casa. Perché in fondo padre e figlia sono uguali, non vogliono perdere nemmeno un attimo della loro convivenza. Nelle stanze caldissime del suo appartamento, il padre si lascia ammirare e mostra tutte le cose che ha fatto e lo hanno reso unico. Non è egocentrismo, è solo il tentativo di dare ai propri figli qualcosa di cui essere orgogliosi.

Perché lui ha fatto cose eccezionali, ha suonato, cantato, ha scritto canzoni, ha fatto l'archeologo e pure il senatore e lo ha fatto per i propri figli, per restituire loro tutti quegli affetti che pensa di non aver dato. E lei, la figlia prediletta, che negli anni del liceo pur di vederlo ed essere rimproverata voleva diventare più cattiva, lei che ricorda e sente ancora tutto l'amore che questo suo simile, questo specchio dell'anima, le sta ancora dando, vuole restituirgli un po' di felicità e cerca di far venire alla luce il segreto che ha tenuto nascosto perché prima di morire possa incontrarlo e chiudere il cerchio. Ma la ricerca sembra difficile e i pensieri vacillano, sono troppo forti, ha bisogno solo di far agire il suo corpo e con esso di punire chi sta bene e ha negato un aiuto; vuole giocare, ma il gioco non è quello della sua infanzia, quando era così felice solo a sapere che suo padre sarebbe tornato dai suoi viaggi.

Arrivano così i giorni che precedono il tempo del non ritorno, la lenta e inesorabile sparizione. La figlia, quasi a emulare il padre, sparisce a sua volta in albergo, come per ritrovarsi nel nascondiglio della sua anima. Nel frattempo, il fratello parte per conoscere fino in fondo il segreto che il padre aveva rivelato e ritorna con un altro segreto, un Grande Me che ha cambiato forma.



Dopo gli ultimi attimi di vita, a rimanere sono punti interrogativi, domande che non hanno avuto risposta, come se nel percorso si fosse all’inizio e non alla fine, come se quella morte avesse lasciato dentro a ognuno dei figli il bisogno di ricercare dentro e fuori di loro, di comprendere quello che sfuggiva, di guardare negli occhi il mistero dell’incontro tra la vita e la morte.

Dopo La Figlia Femmina, Anna Giurickovic Dato ci permette in questo libro di guardare dentro il suo animo e lo fa con una poetica cruda e leggera al tempo stesso. Non nasconde niente, ci fa viaggiare dentro i suoi pensieri, ma al tempo stesso ci parla di quello che avviene fuori, mentre lei, con i fratelli Laura e Mario, accompagna il padre nel viaggio, un viaggio che è scoperta, è dono e paura, coraggio e debolezza.

Il romanzo è anche un saggio filosofico. All’interno dell’appartamento del padre ogni piccolo accadimento, ogni parola, ogni ricordo, ogni foto diventano simboli e sintesi di una vita e del suo significato, e racchiudono tutte le note dolci e dolenti dell’esistenza umana, come quelle del bellissimo pianoforte che un giorno Carla riuscirà a suonare.



Le domande all’autrice.



Anna, che differenza c'è tra l'immagine che avevi di tuo padre e il padre che hai conosciuto nei giorni che hanno preceduto la sua morte?

C’è una differenza abissale eppure un’essenza che riscopro proprio nel momento in cui il padre si fa figlio, il corpo si fa spoglia, il Dio si immerge nel nulla.


Parli di Roma, Parigi, Milano. ma alla fine sembra che le tue più grandi felicità tu le abbia vissute a Catania, è così?

Catania è la mia felicità onirica, quella mia vissuta, la felicità della terra che so essere mia, nonostante non mi appartenga. È il luogo dei ritorni in cui non sono mai tornata, la casa dove non ho mai vissuto, la terra che ho sentito essere patria solo attraverso il sangue dei miei parenti. Eppure è quel sangue che, più di tutti, mi è caro.


Quanto ti ha pesato nella vita la consapevolezza di essere l'erede eletta di un padre così talentuoso, profondo e idealista?

Non so se sono l’erede eletta e soprattutto la mia vita è una continua accusa al talento, la profondità e l’idealismo che non sento di avere. Forse, in questo senso, ha pesato l’ideale immaginifico di un padre (l’io grande) rispetto all’io piccolo che, sempre, mi abita.


Articolo a cura di: Marco Tempestini



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