Il Covid-19 e la manipolazione grafica

L'anno appena trascorso ci ha condotto a reinterpretare i fenomeni attraverso una soggettiva comune che è quella dello scenario pandemico. Rileggiamo sotto questa nuova luce la realtà quotidiana e i fenomeni artistici con una vastissima produzione di opere inedite così come di immagini già edite e rivisitate (moltissimi classici della storia dell’arte rappresentati con indosso la mascherina chirurgica) a riprova della nostra necessità di rappresentare un fenomeno che ci sfugge per poterlo capire meglio, perché la comprensione passa attraverso la visione.



Il 21 febbraio 2020 veniva annunciata la notizia del primo caso di Covid-19 accertato a Codogno.


Quel fenomeno che non riuscivamo bene a comprendere, che ci sembrava solo un incubo passeggero ad oggi continua ancora a spaventarci e quest’anno di regime pandemico appena trascorso ha indubbiamente e forse irreversibilmente cambiato la cultura visuale dal punto di vista degli studi su di essa e dell’immaginario comune.


Per comprendere ciò che stiamo vivendo è necessario partire da delle premesse filosofiche. A darci il la è Schopenhauer che ne “Il mondo come volontà e rappresentazione” integra un pensiero già espresso da Kant. Quest’ultimo afferma che non è possibile fare scienza del reale perché noi non riusciamo a percepire il reale come è ma solo come appare, il fenomeno in sé resta dunque noumeno. Schopenhauer sviluppando questo pensiero dice che la realtà non è ciò che appare, ma ciò che ci appare, passando quindi dalla dimensione oggettiva a quella soggettiva. L’uomo perciò avrà sempre un accesso indiretto al mondo, come se davanti ai nostri occhi non avessimo il mondo in sé, ma solo una fotografia di esso o, nel nostro caso, una illustrazione scientifica.


Già a fine gennaio dello scorso anni infatti, dei medical illustrator statunitensi avevano diffuso le prime immagini del virus diventate poi emblematiche e universalmente note, partendo dalla morfologia ultrastrutturale (cioè la struttura non visibile con il microscopio ottico, ma soltanto con più potenti microscopi elettronici e ionici) del coronavirus e in seguito intervenendo digitalmente sull’immagine, manipolandola e creando un’illustrazione spettacolare del virus con forte accezione comunicativa a scopo didattico. Il prodotto ottenuto si colloca in un’interzona tra rigore scientifico, realismo, dramma ed emozione.



Non a caso a essere posta in risalto e colorata in rosso, colore associato al pericolo, è proprio la glicoproteina S (spike) che oltre a dare il nome comune al virus con la sua disposizione che ricorda una corona, risulta essere anche quella che ne determina la specificità per le cellule epiteliali del tratto respiratorio. L’elemento più pericoloso viene dunque isolato e messo in rilievo attraverso forma, colore e percezione tattile, il tutto in contrasto cromatico con il rivestimento del virus, costituito dalla membrana ormai infetta della cellula ospite che in questa illustrazione viene colorata di grigio. Vi ricorda qualcosa? Forse le famosissime immagini dei polmoni dei soggetti fumatori! A questo punto l’equazione risulta chiara.


L’illustrazione ricreata dagli illustratori del CDC di Atlanta è un’immagine fortemente comunicativa che più che alla divulgazione scientifica si lega alla dimensione spettacolare ed emotiva ponendoci delle domande su che tipo di comunicazione visuale si sta portando avanti.


Siamo davvero consapevoli, quando osserviamo queste illustrazioni, di non avere davanti a noi delle immagini reali, ma digitalmente manipolate? Molto spesso non ci poniamo questa domanda poiché siamo abituati, fin dalla più tenera età, alla fruizione di immagini che fanno uso della computer grafica in maniera genuina a puro scopo didattico (si pensi ai manuali di scienze) tanto da non portarci mai a pensare di essere, in un certo sento, ingannati. Ma cosa succede quando la manipolazione di un’immagine non persegue più il sano obiettivo divulgativo? Ne abbiamo avuto un assaggio quando, ormai più di vent’anni fa, la nota rivista Time pubblicò in copertina la foto di un uomo accusato di uxoricidio, benché non ancora processato. Dal confronto con le foto segnaletiche della polizia risultò che l’immagine era stata fortemente manomessa aumentando la saturazione e inscurendo il colore della pelle dell’uomo aderendo a una semantica visiva razzista e ingiustamente criminalizzante. Quello fu uno tra i primi casi e creò un forte scandalo, ma ad oggi risulterebbe quasi impossibile distinguere una foto originale dalla sua copia modificata, assuefatti come siamo dalla cultura del fotoritocco.


L’invenzione del digitale ha portato con sé dei problemi intrinsecamente connessi ai regimi scopici che oggi sembrano riemergere in superficie: quando la manipolazione grafica è eticamente corretta? E quando invece bisogna condannarla?


Articolo a cura di: Sabrina Russo



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