Il cetaceo più piccolo del mondo rischia di scomparire per sempre

Tra le decine di specie marine in estinzione ve n’è una la cui storia mi ha particolarmente colpita. Si tratta della vaquita, nome scientifico Phocoena sinus, ossia il cetaceo più piccolo del mondo. È simile a un delfino, ma è caratterizzata da simpatici cerchi neri che circondano gli occhi e le labbra, dal dorso grigio scuro, i fianchi grigio chiaro e il ventre bianco. È talmente piccola che l’esemplare adulto pesa cinquanta chili ed è lungo poco più di un metro. Per intenderci, la balenottera azzurra che è il cetaceo più grande, pesa centottanta tonnellate e può raggiungere i trenta metri di lunghezza.



Si stima che di questa piccola focena rimangano appena dieci esemplari. Vive solamente nel mare di Cortez, all’interno del Golfo della California e non molto distante dalle coste messicane. La sua storia è un po' triste perché dal 2011 si è tentato più volte di proteggerla, senza risultati e con enormi sforzi economici. La zona è stata tutelata con severi divieti di pesca poiché il cetaceo convive insieme ad un’altra specie particolarmente ambita, il Totoaba macdonaldi o semplicemente Totoaba. Questo pesce viene venduto a prezzi stellari sul mercato nero cinese, poiché utilizzato in cucina o in medicina tradizionale. Si stima che una sola vescica natatoria di Totoaba valga circa diecimila dollari. La vaquita invece non viene pescata perché non ha un valore commerciale, ma viene intercettata indirettamente e spesso muore dopo essersi incastrata nelle reti.


Fu scoperta nel 1958 e già negli anni settanta è comparsa nella lista delle specie marine in pericolo, sempre a causa della pesca del Totoaba, che in quegli anni era a rischio estinzione poiché pescato oltre il limite permesso dalla natura. Già nel 2017 c’era stato il divieto di reti nel mar di Cortez, ciononostante il numero di esemplari è diminuito a causa della pesca illegale, che lo stesso governo non è mai riuscito a fermare. Un’altra strada percorsa nel tentativo di salvare la specie è stata l’offerta di sovvenzioni ai pescatori della zona come compenso per i mancati guadagni causati dalla pesca proibita, ma questo non è bastato. E così, dai circa cento esemplari che avevamo nel 2015, siamo passati a meno di venti in soli quattro anni.


Nell’ultimo periodo, il tentativo sinergico dei governi americano e messicano e del WWF, mobilitatisi per introdurre nuove tecnologie di pesca al fine di salvaguardare la vaquita, non ha portato al risultato sperato. Le attività di pesca adesso sono punite con una multa, ma solamente quando nell’area si contano più di sessanta imbarcazioni. Ciò equivale a lasciare allo sbando una zona che dovrebbe essere protetta ad ogni costo, per non rendere vani tutti i tentativi faticosamente messi in atto e scongiurare l’estinzione di una specie la cui unica colpa è quella di condividere l’habitat con un pesce molto ricercato.


Articolo a cura di: Mariangela Pirari



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