I costumi della musica italiana: Raffaella Carrà

Quando si parla di musica, sia che essa venga suonata dal vivo ad un concerto sia che venga performata sul piccolo schermo, chi la suona o la canta non deve mai dimenticarsi che l’orecchio – in questi casi – non è tutto: anche l’occhio vuole la sua parte. Quale modo migliore di catturare l’occhio dello spettatore se non con degli unici e indimenticabili vestiti di scena? Non devono per forza essere qualcosa di super elaborato: Angus Young, chitarrista degli AC/DC, indossava sempre la solita uniforme scolastica, nulla di speciale in sé ma è stato proprio lui, indossandola ai concerti, a renderla unica. Nel campo della musica italiana una delle più grandi interpreti, assieme a Mina, è stata Raffaella Maria Roberta Pelloni, in arte Raffaella Carrà. Nata a Bologna il 18 giugno 1943 e passata a miglior vita lo scorso 5 luglio, Carrà non è stata semplicemente cantante, ma anche ballerina, showgirl, attrice, conduttrice televisiva, radiofonica e autrice televisiva: la sua versatilità si riflette nel suo stile.



Il caschetto biondo è il suo simbolo rappresentativo e lei stessa, con i suoi costumi giudicati eccessivi in anni di censure, è diventata simbolo di libertà sessuale, dimostrando con balli provocanti la sua capacità di essere sensuale senza essere volgare e senza creare una competizione inesistente col pubblico femminile, che infatti la prese come simbolo di femminilità, non irraggiungibile ma accanto a sé; con l’aggiunta dei vestiti sgargianti e pieni di paillettes, Carrà diventerà anche idolo della comunità LBTQ+, proprio come Mina.


L’appartamento di Raffaella Carrà era pieno di costumi di scena: quelli degli esordi erano rimasti in Rai, altri sono rimasti nelle sartorie che cucivano per i canali televisivi nazionali e per la Mediaset; i colori che solitamente si ripetevano nei vestiti sono il rosso, il nero, il bianco e l’oro. Il costumista Luca Sabatelli, parlando di mina sul suo sito web, afferma:


«Per parlare di Raffaella Carrà e del mio felice rapporto sia umano che collaborativo alla sua immagine dovrei scrivere un libro. Cominciammo a lavorare insieme nel suo primo spettacolo televisivo a colori nel 1978. Era lo show “Ma che sera” con Alighiero Noschese, Paolo Panelli e Bice Valdori con la regia di Gino Landi. Credo che dal primo momento ci capimmo e iniziammo a creare con il colore l’immagine degli anni ’80. Abiti di scena irripetibili, allegri, aggressivi, originali per una icona che brilla nel tempo. Come una star internazionale ha mantenuto fedelmente la sua immagine fuori dalla moda. Raffaella è amata da tutti in modo particolare dal pubblico gay. Ultimamente un suo vecchio successo è stato remixato e ballato in tutto il mondo. Cosa potrei dire di più? La Carrà è la Carrà».



Nell’estate 2018, al Teatro 1 di Cinecittà – a Roma – si è tenuta un’esposizione sullo stile di Raffaella Carrà: questa mostra rendeva note le simbologie definite più nascoste del “fenomeno-Carrà” ripercorrendo i costumi di scena, gli abiti, gli accessori, i suoi oggetti, ma anche foto, video e gli stessi disegni preparatori assieme con i bozzetti eseguiti dai più grandi costumisti televisivi e cinematografici, come ad esempio Enrico Rufini, Corrado Colabucci, Luca Sabatelli, Gabriele Mayer, Gabriella Pera. Quaranta costumi scelti tra quattrocento conservati nell’archivio storico della Rai coi quattro colori guida, scollature che lasciano intravedere anche l’ombelico – da lei stessa definito “a tortellino” – e cascate di cristalli che valorizzano l’innocente sorriso della showgirl celebrata e amata per logiche trasversali da mondi apparentemente diversi quali appunto le casalinghe, la televisione, gli intellettuali e la militanza gay.


In settantotto anni di vita, di cui circa sessantasei passati davanti alle telecamere nazionali e internazionali, Raffaella Carrà ci ha dimostrato come si costruisce una carriera unica ed inimitabile che non conosce confini di lingua, nazione, cultura, gusto e generazione.


Articolo a cura di: Claudia Crescenzi



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