I benefici non scientifici dell’imparare una lingua

Aggiornamento: 1 mar

Spoiler alert: quest’articolo non ha alcun fondamento scientifico ma è un condensato di esperienze e opinioni del tutto personali. Ogni riferimento a fatti o persone non è assolutamente casuale ma empiricamente riscontrabile.



Presentiamoci ufficialmente: sono Benedetta e parlo “tante” lingue. O forse parlo tanto e basta. Me la prendo abbastanza quando, a prescindere da quale sia l’argomento di una certa discussione mi dicono “Eh, per te è facile, tu le lingue le sai”. Qui è l’errore: io le lingue non le so, io le lingue le studio con libro e CD rom e le metto in pratica; faccio tanti errori che cerco di memorizzare e di non ripetere, mi scoraggio quando non riesco a esprimermi come vorrei. Ma prima di ogni altra cosa, io amo le lingue e sono grata per quanto mi hanno insegnato. “Cosa potrà mai averti insegnato l’inglese? O il francese?” – più di quanto si possa immaginare. Non sono state solo le spettatrici passive del mio apprendimento attivo, mi hanno “lasciato” molto di più della semplice occasione per parlare o conoscere nuove culture.


Primo fra tutti, le lingue mi hanno fatto capire l’importanza del silenzio, che è passato dall’essere un nemico annienta-conversazione (da evitare con un certo rigore) all’essere un fedele alleato, un porto sicuro quando si tratta di scegliere con cura le parole da (non) dire. Relazionarsi con gli altri, si sa, implica talvolta il sacrificio del non esprimerci sempre come vorremmo: non possiamo aprire la bocca e lasciare che qualsiasi nostra parola voli via col vento, ma dobbiamo metterci nei panni degli altri e chiederci come queste possono arrivare all’interlocutore. Come una carezza o come uno schiaffo? La questione si fa ancor più complicata se ci si trova davanti a una persona che non conosce la nostra lingua o cultura e, se non si presta la dovuta attenzione, le gaffes sono all’ordine del giorno. Ecco, imparare le lingue porta a una migliore consapevolezza delle parole da usare per far arrivare bene un concetto a chi ci ascolta, stimolandoci a contestualizzare tutto e a cercare sempre sinonimi.


Se parli con un uomo in una lingua a lui comprensibile, arriverai alla sua testa. Se gli parli nella sua lingua, arriverai al suo cuore.” – questa citazione, attribuita a Nelson Mandela, racchiude una grande verità. Ho avuto modo di capirne il senso qualche giorno fa, quando ero sul pullman e la coppia seduta vicino a me parlava in portoghese – non propriamente una lingua diffusissima in Italia. Alla fine del viaggio, alzandomi e sorridendo, ho detto loro “boa viagem”. I loro occhi si sono illuminati di una luce bellissima e ho percepito che quello che era banalmente un “buon viaggio”, detto nella loro lingua, aveva significato molto di più. D’altronde anche noi quando siamo all’estero, sentendo l’odore di caffè della moka e leggendo i menù dei ristoranti tradotti in italiano, tratteniamo sempre qualche lacrima. È stato bello riflettere su un concetto così profondo quanto dato erroneamente per scontato, da me in primis.


Da qui, anche il mio scetticismo nel considerare l’inglese come “lingua universale”: sicuramente è un valido strumento per capire ed essere capiti da molte più persone, nonché un buon appiglio a cui aggrapparsi quando la comunicazione si fa complicata, ma è sbagliato pensare che l’inglese basti da sé. Non bisognerebbe, secondo me, accontentarsi di sapere la lingua più parlata o più studiata, dimenticando che il mondo è variegato e bello proprio perché differente, bensì dovremmo essere curiosi di scoprire tutte le peculiarità linguistiche che, in un modo più complesso da percepire, influenzano quasi tutte le azioni di un certo popolo. Ridurre tutto a una sola lingua implica la naturale riconduzione di ogni cosa a una sola cultura che, volenti o nolenti, viene interiorizzata nel momento stesso in cui si inizia a pensare o a sognare in quella lingua e non (più) nella propria. Conoscere più di una lingua permette la preservazione della cultura che, indirettamente, si interiorizza. Conoscere più di una lingua è, a suo modo e nelle possibilità di ciascuno, un’ulteriore dimostrazione d’amore e di rispetto, oltre che uno stimolo intellettuale di un certo spessore.


Questo punto meritava di essere messo in cima ai mille doni delle lingue, chiedo venia per parlarne solo adesso: gli amici. Loro sono senz’altro quanto di meglio potessi aspettarmi quando, piccola e curiosa, mi addentravo per la prima volta nello studio di una nuova lingua: probabilmente arriverà un giorno – spero il più lontano possibile – in cui smetterò di parlarle tutte frequentemente, dunque correntemente; magari perderò un po’ di lessico e ricomincerò a sbagliare le strutture grammaticali e sintattiche, eppure so che gli amici resteranno. Ciò che mi hanno trasmesso, le esperienze che abbiamo condiviso e ogni parola scambiata sono fusi nei miei ricordi migliori e spero che vi rimangano ancora molto a lungo. Li ho conosciuti online, per la maggior parte, in occasione di alcuni tandem organizzati ad hoc per studenti di lingue, stranieri gli uni per gli altri. Il fatto che io abbia effettivamente abbracciato alcuni di loro nella vita reale è solo un grande e inestimabile bonus.


E voi, quale importanza attribuite alle lingue?


Articolo a cura di: Benedetta Pitocco




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