Hannah Arendt e il femminismo

Voler introdurre la filosofia di Hannah Arendt nel pensiero di genere, può dare adito a critiche e disapprovazioni poiché nulla che abbia a che fare con la lotta al femminismo è chiaramente presente nelle sue opere. Significa dare spazio ad un intento che la sua filosofia non ha considerato e da cui la pensatrice prende criticamente le dovute distanze.



Ci si trova quindi a voler riflettere su una questione che poggia su basi sostanzialmente inesistenti ma che la storia stessa e il pensiero politico-filosofico post arendtiano rendono più attuali che mai. Le opere della filosofa toccano il ruolo pregnante dell’essere umano quale singolo inserito in un contesto collettivo, quale singolo che in assenza di un collettivo non realizza la sua funzione sociale. Compito della politica è, per Hannah Arendt, dare uno spazio pubblico costruttivo, permettere ad ogni chi di trovare una propria affermazione nella scena comunitaria. Pur non trattando, nelle sue opere di questioni di genere Hannah Arendt lo fa quasi capovolgendo gli intenti, ovvero lo fa nel momento stesso in cui concede a tutti gli esseri umani una propria dimensione identitaria e politica, senza quelle distinzioni di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali. Concetti che muovono dalla antica polis, intrecciando le guerre settecentesche e novecentesche fino ad ispirare, almeno negli ideali, le moderne costituzioni democratiche. Ecco quindi che, lungi dal voler affermare una propria posizione femminista, ciò avviene concedendo la necessaria esigenza di uguaglianza e libertà di tutti gli esseri umani: avviene negando le differenze. Il suo femminile è prima di tutto un pensiero volto all’individuo, alla comunità e alla dovuta libertà che permette la costruzione di una politica vera. È la polis il luogo di realizzazione dell’essere umano, campo di attuazione di ogni relazione, area di confronto e dialettica. La polis è dimensione del pensiero, del logos, del plurale: è il suolo in cui le unicità si uniscono formando il collettivo, dando vita al presente e delineando la memoria.


Il femminile con Hannah Arendt si palesa in modo indiscusso in relazione alla categoria della nascita. In Vita activa compare il parallelismo tra nascita biologica e nascita politica: il naturale atto del venire al mondo il primo e, da adulti, quando la propria condotta diventa azione politica, la rinascita. Portatrice della vita è la donna, involucro del dare alla luce è il femminile e qui – forse azzardando- corre altrettanto naturalmente il senso che anche questa rinascita possa trovare il suo fertile nel femminile. L’azione politica è per Hannah Arendt la sola tra le condizioni umane idonea a dare vita al nuovo. La politica non è insita nell’uomo, qui non c’è posto per lo zoon politikon aristotelico. La politica è azione che si svolge con e tra gli esseri umani e costituisce quell’infra di libertà che permette l’incontro e lo scambio delle unicità per dare vita al collettivo. E può dirsi politica quell’azione che interrompe la catena necessaria degli eventi dando origine a qualcosa di nuovo, è la capacità di fondare un nuovo inizio: “Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci sia può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità” (Arendt H., La banalità del male). La sfera politica non va confusa con quella sociale: quest’ultima si occupa dell’amministrazione degli interessi, risponde a bisogni umani nel tentativo di organizzarli al meglio. La politica è, invece, azione propriamente libera per mezzo del quale l’uomo si dà una nuova vita riuscendo a riconfermare la sua unicità: ogni individuo rinasce libero negli involucri delle relazioni umane tramite quell’atto di mostrare il proprio irripetibile chi al mondo.



Hannah Arendt si è sempre definita una teorica della politica, non una filosofa e mai una femminista. È il dibattito nato successivamente nell’intento di interpretare le sue opere da parte di pensatrici dichiaratamente femministe, che ha posto l’attenzione su alcune tematiche di genere. Ciò che ne esce è il tentativo di voler far emergere il diritto di esprimersi in quanto esseri umani nel pregnante contesto del collettivo. E affinché questo possa trovare viva attuazione, Hannah Arendt è riuscita a dare al concetto di libertà quello spazio che, assicurando le parità oltre ogni differenza, forma il tramite per il raggiungimento di qualsivoglia realizzazione, sia essa personale che comunitaria.


Articolo a cura di: Lisa Bevilacqua



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