Glioblastoma: conoscere oggi per curare domani

Cari lettori, un famoso professore di Hogwarts ha consigliato di chiamare sempre le cose con il loro nome, in quanto la paura del nome non fa che aumentare la paura della cosa stessa.


Perciò non userò perifrasi vaghe come “neoplasia cerebrale” o “tumore maligno astrocitario”, in questo articolo parliamo di GLIOBLASTOMA. I glioblastomi sono gliomi che appartengono dal punto di vista della classificazione agli astrocitomi, i quali a loro volta si originano da un gruppo di cellule della glia chiamate astrociti.


Secondo l’OMS devono essere considerati e trattati come tumori di IV grado, il massimo.



La conoscenza è potere e non possiamo ignorare che esso rappresenta il 17% dei tumori cerebrali primari e più della metà di tutti i gliomi.


Chiunque può ammalarsi, sebbene i soggetti più a rischio siano gli adulti di sesso maschile over 50.

Chiunque, come è successo a mio padre, nel 2018, e come spero non debba succedere ad altri, perché spesso l’età avanzata non rispecchia un animo giovanile innamorato della vita.


Oltre all’età e al sesso esistono situazioni che favoriscono la sua insorgenza, quali l’appartenenza ad alcune popolazioni (ispanica, caucasica), la presenza di un astrocitoma di grado inferiore o di malattie genetico-ereditarie come la sclerosi tuberosa.

Come per la maggior parte dei tumori al cervello è difficile identificare con certezza le cause ma esistono dei sintomi da non sottovalutare, che dipendono dalle dimensioni e dalla posizione: mal di testa, vomito, crisi epilettiche, paralisi parziale di una parte del corpo.

A volte si instaurano cambiamenti del comportamento se la zona interessata è il lobo frontale, insieme a vertigini, stanchezza e debolezza.

Spesso la nausea e il vomito ricorrente sono legati a un fenomeno silente a monte, ossia l’aumento della pressione intracranica sia perché la massa è in accrescimento sia perché attorno ad essa si forma un esteso edema.



Il glioblastoma è in grado di invadere con facilità le zone limitrofe del sistema nervoso centrale, raggiungendo le meningi e liberando le proprie cellule nel liquido cefalorachidiano.


Le conseguenze sono devastanti: senza alcuna cura la morte sopraggiunge mediamente nel giro di 4 mesi e mezzo.

Prima di una diagnosi certa, vengono effettuati diversi test per capire la gravità e in primis la possibile localizzazione; un esame obiettivo accurato e dei riflessi tendinei, seguiti da un test oculare (per esaminare il nervo ottico) e da una valutazione mentale e cognitiva.


Infine, per allontanare ogni dubbio, si procede con la risonanza magnetica nucleare, la TAC e la biopsia.


Vista la malignità e l’aggressività sin dagli esordi, non si “cura” un glioblastoma ma si “tratta”: la rimozione chirurgica non è un’opzione universale, soprattutto se esso è scarsamente accessibile ma statisticamente assicura una sopravvivenza più lunga.

Con la sola radioterapia, la speranza di vita è di 30 settimane circa, altrimenti si abbassa ai 4 mesi e mezzo citati in precedenza.


Quindi cosa può fare il singolo? Prevenire, agire sui fattori che dipendono da noi: lo stile di vita, i controlli periodici, l’ascolto dei segnali del corpo.

Convivere con l’esistenza di un tumore non significa rassegnarsi passivamente ad esso perché la Ricerca avanza e le cure palliative non rappresentano solo l’anticamera della morte ma un valido strumento per assicurare dignità e sollievo al paziente.

Possiamo unire la scienza, con la sua razionalità, a ciò che invece non ha una spiegazione logica ma può contribuire: la forza di volontà, la speranza, l’affetto delle persone più care.


Il linguaggio, inteso come l’insieme delle parole e il tono scelto, non dovrebbe venir meno anche di fronte a un soggetto terminale che diventa incosciente e non ha la possibilità di rispondere; gli studi in merito concordano che l’udito è l’ultimo dei sensi che viene perduto.

Il contatto fisico, il calore di un abbraccio o del tocco delle mani trasmettono serenità e spesso alcuni semplici accorgimenti come il riposizionamento dei cuscini o della biancheria da letto contribuiscono ad alleviare il dolore, per il quale si interviene con specifici dosaggi di farmaci antidolorifici e in fase terminale con la morfina.


Al centro della medicina vi è sempre l’individuo, nella sua complessità e con un tumore quale il glioblastoma occorre agire a 360 gradi, personalizzando i trattamenti e coinvolgendo anche la rete sociale, i suoi fili rossi.

Se attualmente non c’è una cura definitiva, le uniche armi a nostra disposizione sono la consapevolezza e l’umanità, per offrire quanta più qualità di vita possibile al paziente.


Articolo a cura di: Giulia Biamino



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