Gli incendi possono portare benefici al terreno e all’ambiente?

Il fuoco è causa ogni anno dell’incenerimento di migliaia di ettari, animali morti e abitazioni evacuate. Può sembrare un paradosso ma a volte in agricoltura è utilizzato volontariamente per i benefici che il suo passaggio può portare al terreno. La pratica prende il nome di piro diserbo o incendio pastorale e viene eseguita in diverse zone del Mediterraneo già dall’antichità, nei terreni pascolati. Se applicata razionalmente è una tecnica ecologica ed economica che migliora le proprietà del suolo e viene eseguita per eliminare gli arbusti non mangiati dal bestiame (solo le capre li preferiscono all’erba) e condizionare il terreno in modo che vi crescano specie erbacee apprezzate.


Gli effetti del fuoco dipendono dalla sostanza organica, dall’umidità del suolo, dalla temperatura raggiunta (massimo 800-1000 gradi), dalla velocità di propagazione e dalle condizioni meteorologiche al momento dell’incendio. La frequenza negli anni è un fattore che condiziona la temperatura raggiunta durante i diserbi successivi: se tra l’uno e l’altro passano più di 4-6 anni, l’accumulo di fitomassa raggiunto favorirebbe un aumento della temperatura con degradazione della sostanza organica.



Ma esattamente cosa succede nel terreno dopo il passaggio delle fiamme? Vi è il sicuramente il rilascio di anidride carbonica nell’ambiente, ma le specie vegetali ricrescono molto più in fretta e si ha un aumento di biodiversità perchè l’equilibrio dell’ecosistema, creatosi nel corso degli anni, subisce una destabilizzazione. Le condizioni per la vita vengono alterate e questo rende più facile la diffusione di nuove essenze. Nel breve termine le sostanze nutritive aumentano, le piante crescono velocemente e di conseguenza anche gli animali troveranno fonte di nutrimento. Così, se si ritorna nello stesso terreno pochi anni dopo un incendio, lo si vedrà, come per magia, popolato più vivacemente rispetto a prima.


In particolar modo crescono le leguminose annuali auto riseminanti, specie molto gradite agli animali in cui rientrano alcuni tipi di trifoglio e di erba medica. Queste sono dotate di semi detti ‘duri’, ricoperti da tegumenti che li rendono impermeabili all’acqua e li proteggono dalla germinazione durante le condizioni climatiche avverse (ad esempio piogge estive succedute dalla siccità, che non consentirebbero alla pianta di sopravvivere): per la pianta sono un metodo di autoconservazione. Il fuoco rompe questi tegumenti, favorendo la crescita della nuova piantina, e pone le basi per il ricaccio (cioè la ricrescita di nuovi germogli) di altri semi presenti.


Di contro, la pratica non è esente da effetti negativi: a lungo termine ci sarà la riduzione della sostanza organica e della fertilità del suolo che invece sono favorite nel breve periodo. Il terreno è più debole dopo il passaggio delle fiamme: lo strato di cenere che si forma è impermeabile e l’acqua piovana per i successivi due anni stenterà a penetrare nel suolo, laddove può essere assorbita dalla flora e quando è troppa defluisce sulla superficie facilitando i fenomeni erosivi da cui invece le piante preservano. Inoltre, si possono diffondere delle specie pirofile o pirofite, resistenti al fuoco e infestanti poiché, non essendo consumate dalla fauna, crescono indisturbate e la cui eliminazione richiede ripetuti incendi o interventi meccanici invasivi.



Il piro diserbo può essere eseguito solamente su piante specifiche e può consentire all’allevatore di risparmiare parecchio, in quanto un buon pascolo rende meno importante l’utilizzo del costoso mangime. In conclusione, non sempre ciò che a primo acchito sembra dannoso si rivela esserlo realmente, il segreto è sempre quello di utilizzare i mezzi di cui disponiamo con attenzione e con l’intenzione di migliorare e non, al contrario, distruggere senza altri fini.


Articolo a cura di: Mariangela Pirari



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