Giuseppe Pellizza da Volpedo, ambasciatore di “arte per l’idea”

“L’ideale non muore e questa nostra età così indifferente e così scettica in apparenza cova grandi cose.”


È attraverso l’arte che Pellizza si fa portavoce di un’idea, un tentativo per il raggiungimento del progresso e della democrazia, affermando così il grande potere sociale veicolato dall’arte. Lo fa attraverso il Divisionismo, una tecnica che basandosi su principi scientifici si avvale di realizzare l’opera attraverso colori puri impressi su tela a piccoli puntini, così che l’intera sintesi cromatica venga realizzata direttamente sulla retina di chi guarda. Nell’opera “Il Quarto Stato” (1898-1901) l’artista non si limita a ritrarre il vero, bensì promuove un tipo di arte per l’idea, carica di significato sia politico che sociale oltre ad una realtà dei fatti elaborata attraverso il pensiero.



Sono dunque i lavoratori i protagonisti o come dice lui gli antesignani del progresso, in quanto la loro emancipazione e forza, secondo l’opinione dell’artista, sarebbero capaci di costruire una nuova società indirizzata al popolo. La storia che Pellizza si avvale di raccontare è dunque la lotta di classe del proletariato in opera universale, nonché epocale in quanto nella storia dell’arte d’Italia è la prima volta in cui si sceglie di ritrarre un’importante ascesa del movimento operaio.


“Ogni età ha un’arte speciale. L’artista deve studiare la società in cui vive e capire l’arte che gli è data”

Ad oggi la tela è custodita presso il Museo del Novecento a Milano, simbolo che dal XX secolo conserva un forte significato in quanto allegoria delle dure battaglie socio-politiche combattute dai lavoratori, in primis contadini ed operai che scendono nelle strade per manifestare in nome dei propri diritti. Guidano la folla tre soggetti nitidi, due uomini, i falegnami Gioanon (Giovanni Zarri) e Giacomo Bidone, e una donna, moglie di Pellizza, Teresa Bidone.

Lo studio dell’opera ha un inizio lungo e complesso, tanto che ci vorranno sei anni per portare a termine il lavoro iniziato il 16 luglio 1895. L’artista riflette ed idealizza una composizione che possa affermare gli ideali ispirati al pensiero di Filippo Turati, uno dei fondatori del Partito dei Lavoratori.

Progetta numerosi bozzetti per capire ed indagare il tema d’interesse, lo sciopero e la protesta popolare. Il primo titolo di una prova ad olio del 1892 è “Ambasciatori della fame”, che ricorda molto la struttura dell’ultimo quadro, ma a differenza sua i volti delle persone e i tratti sono meno definiti, le tre figure in rilievo sono tutte di sesso maschile, scelti per rivendicare i propri diritti al padrone; in più la scena si svolge alla luce del sole a Volpedo, nella piazza di Palazzo Malaspina.



“Forza vera sta nei lavoratori che con tenacia nei loro ideali obbligano altri uomini a seguirli o a sgombrare il passo perché non c’è potere retrogrado che possa arrestarli”.


In seguito, non soddisfatto del lavoro, ricrea una variante di più ampie dimensioni “Fiumana”, che appunto presenta il popolo come realtà compatta, bella e colma di dignità, un insieme di lavoratori robusti e intelligenti che avanzano travolgendo ogni cosa tenti di fermare la loro ricerca d’equilibrio. È questo il momento in cui si avvale della tecnica del Divisionismo, tecnica ripresa appunto nella versione definitiva, abbandonando così le ampie pennellate di colore. È un’opera più espressiva, arricchita dalla figura di una donna a piedi nudi con un bambino in braccio.



Nel 1899 comincia a lavorare a “Il cammino dei lavoratori” terminata nel 1901 con il nome definitivo “Il Quarto Stato.”


Articolo a cura di: Matilda Balboni

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