Giorgio Perlasca, 45 giorni da ambasciatore

Nasce a Como nel 1910 da Carlo e Teresa Sartorelli, aderisce giovanissimo al partito fascista, fanatico sostenitore delle idee nazionaliste dannunziane.



In linea con il suo pensiero nel 1930 si arruola nelle camicie nere, il grado più basso della Milizia volontaria per la Sicurezza Nazionale, e nel 1936 partecipa come volontario alla guerra d’Etiopia e nel 1937 alla guerra civile spagnola al fianco del generale Franco, combattendo in un reggimento di artiglieria, rimase in Spagna fino alla fine del conflitto nel 1939, nel frattempo aveva appreso la lingua e la cultura spagnola.


Tornato in Italia, decise di allontanarsi dal Fascismo, non perché non ne condividesse più le idee, ma perché non riuscì ad accettare l’alleanza con la Germania, contro la quale l’Italia aveva combattuto circa 20 anni prima, e soprattutto per la promulgazione delle leggi razziali che discriminava i moltissimi ebrei italiani. Pur non essendo più fascista, non si dichiarò mai antifascista.


Scoppiata la Seconda guerra mondiale fu richiamato per curare la formazione storica e teorica delle nuove reclute di un reggimento di artiglieria padovano, ma lo stesso anno chiese ed ottenne una licenza militare indeterminata e si trasferì, dopo aver lavorato in diversi Paesi europei, a Budapest. Nel 1943, quando l’Italia firmò l’armistizio con gli alleati, Perlasca si trovava ancora a Budapest e lì decise di rifiutarsi di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, avendo giurato fedeltà al Regno d’Italia. Per questo motivo fu braccato e arrestato dai tedeschi.


Grazie ad un pretesto riuscì a fuggire dalla prigionia e a rifugiarsi presso l’ambasciata spagnola dove, grazie ad un documento che attestava la sua partecipazione alla guerra civile spagnola, fu in brevissimo tempo riconosciuto cittadino spagnolo e gli fu dato un passaporto intestato a “Jorge Perlasca” e iniziò a collaborare con Angel Sanz Briz, ambasciatore spagnolo in Ungheria, che iniziò un’operazione di salvataggio dei cittadini ungheresi ebraici, in pericolo per l’ascesa al potere dei tedeschi, che avevano affidato il governo del Paese alle Croci Frecciate, nazisti d’Ungheria.


Proprio per non riconoscere il nuovo governo, Sanz Briz lasciò l’Ungheria e il nuovo governo ordinò lo sgombero delle case protette dall’extraterritorialità in cui venivano ospitati e salvati gli ebrei ungheresi. In quella situazione Perlasca prese una decisione estremamente importante, si finse ambasciatore sostituto di Sanz Briz, ordinando immediatamente di cessare lo sgombero delle case protette e il giorno dopo scrisse di suo pugno e con timbri autentici il documento che attestava la sua qualità di rappresentante diplomatico della Spagna e la presentò al Ministro degli affari esteri ungherese che la accolse senza riserve.


Da quel momento si trovò solo a reggere l’ambasciata spagnola e a dover salvare e sfamare migliaia di ebrei d’Ungheria ospiti presso le case protette, queste ingenti operazioni, che permisero di salvare oltre cinquemila persone, furono finanziate con le risorse dell’ambasciata, di Perlasca stesso e, successivamente, da un sistema di “tassazione” studiato da Perlasca sulla base degli averi dei cittadini ospiti delle case protette. Perlasca non solo tutelava gli ebrei dalla violenza delle Croci Frecciate, ma si recava personalmente, insieme a Raoul Wallenberg, presso la stazione per recuperare i protetti, che altrimenti sarebbero stati mandati nei campi di sterminio.

Per poterli tutelare rilasciava migliaia di salvacondotti affermando che fin quando non fossero state ristabilite le comunicazioni tra il cittadino beneficiario del salvacondotto e la sua famiglia, dal momento che i parenti avevano richiesto la sua presenza in Spagna, sarebbe rimasto sotto la protezione del governo spagnolo. La base legale su cui poggiava la connessione di questi salvacondotti è una legge del 1924 di Miguel Primo de Rivera, che riconosceva la cittadinanza a tutti gli ebrei di origine sefardita che erano sparsi per il mondo. Perlasca riuscì a sventare l’incendio del ghetto di Budapest, che avrebbe portato a morte certa 60.000 ebrei, minacciando al ministro degli esteri ungherese ritorsioni economiche e legali. A causa dell’entrata a Budapest dell’armata Rossa, Perlasca fu costretto a fuggire e tornò in Italia dopo un lungo viaggio attraverso i Balcani.

La sua storia rimase pressoché sconosciuta, nonostante Perlasca avesse inviato il suo memoriale alle istituzioni italiane e spagnole, fino al 1987, quando alcune donne ebree rintracciarono Perlasca e divulgarono la sua storia che rapidamente iniziò a diffondersi e numerose altre persone raccontarono come furono salvate da Perlasca. Giornali e tv di tutto il mondo, finalmente, cominciarono a raccontare una storia taciuta per troppo tempo.


La figura di Perlasca è oggi il simbolo positivo di coraggio civile, di disobbedienza alla legge quando il divario tra ciò che la legge impone e ciò che la coscienza avverte come giusto è troppo vasto.


Articolo a cura di: Antonino Cuppari



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