Giorgio Gaber e quel maledetto topo!

«Cosa si prova davvero quando si soffre e quando si gioisce? Come ci si sente quando si è ormai convinti di non provare più niente? Come si reagisce quando si scopre che in realtà non è così?


Ci sono pensieri di cui ci vergogniamo anche con noi stessi, cerchiamo di nasconderli, di chiuderli dentro cassetti di cui vogliamo gettare via la chiave e proprio quando crediamo di averne occultato i cadaveri il caro Signor G ce li sbandiera davanti, in maniera così semplice, così naturale, che a quel punto viene voglia d’alzarsi in piedi e dire “ma quello è un pensiero mio, io sono fatto così!” cui segue un coro che in polifonia accorda un “anch’io” mentre dal fondo della sala irrompe un “al ladro!”»



Di questo è capace il grande Gaber nella sua raccolta di racconti intitolata Questi assurdi spostamenti del cuore, scritto insieme al fidato collaboratore e fraterno amico Sandro Luporini. Un libro capace di commuovere, commovēre, come espressamente dichiarato dal titolo, in un movimento in sincronia con i protagonisti dei monologhi in forma di racconto che diventano vivi, con i propri difetti, con le proprie perplessità, con la propria autenticità di personaggi che verbalizzano i pensieri di cui ci vergogniamo. In questa raccolta vengono selezionati quattro tra i più significativi monologhi scritti per il palcoscenico che parlano di amore nel suo processo di tesi, antitesi e sintesi, racconti così intimi che viene voglia di leggerli quasi sussurrando con sfumature d’assurdo e comicità leggera, atti unici che indagano sui più disparati sentimenti della vita e che terminano con l’ultimo racconto, uno dei più significativi e ricordati del Signor G: Il Grigio.

n meno di cinquanta pagine è racchiuso lo scorcio di vita di un uomo senza nome nella cui ostinazione è facile identificarsi. Rifugiatosi in campagna per trovare soluzioni all’apatia a cui lo ha ridotto la città, il nostro protagonista comincia a sentire degli strani rumori rendendosi ben presto conto di condividere il proprio appartamento con un topo. “Meglio un topo che un fantasma; un topo è alla mia portata” è il primo pensiero del quarantenne ignaro che proprio quel topo non gli darà tregua, che sarà per lui tormento, rabbia e sconfitta e che ben presto lo costringerà a una presa di coscienza in una storia che è di tutti. Questo incontro sarà metafora dell’incontro con noi stessi, in un conoscersi e riconoscersi che spaventa, uno sdoppiamento della propria mente, un’analisi di se stessi attraverso il corpo peloso e agile di un roditore che non si lascia catturare costringendo il protagonista (e i lettori) a creare sempre nuove strategie illudendolo, aizzandolo, esasperandolo, spingendolo al limite.



Costretto a guardare in faccia la realtà, il protagonista senza nome è ormai indotto ad ammettere le proprie debolezze, l’incapacità di amare, la propria anedonia, rendendosi conto che la propria vita non è stata altro che un susseguirsi di fallimenti camuffati da felicità effimera. Gaber ci mette in guardia con sprezzante ironia: nessuno può vivere bene senza il proprio Grigio personale, un nemico tanto imbattibile quanto indispensabile a non farci adagiare sulle nostre presunte sicurezze, che non faccia addormentare i nostri dubbi.


Articolo a cura di: Sabrina Russo



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