Già stato detto

«Bravo Christian, una banconota da cinque euro» la signora, sorridente, approvò con la testa. Il ragazzo pagò la focaccia, e come di consueto attese che il commesso gliela dividesse in due pezzi prima di chiuderla nella busta. L’accompagnatrice gli fece strada verso l’uscita poi sempre sorridendo propose: «Ai giardini, e cammina tacco-punta tacco-punta! Già stato detto...» «Taccopunta dice Valeria! Christian lo fa! Già stato detto».

E mordendo la focaccia velocemente, il ragazzo ventenne alto e magro prese il via con la camminata rigida e meccanica che usava ogni tanto. Spesso invece si muoveva in punta di piedi, e l’assistente in questo modo non riusciva a stargli dietro. Si fermarono al parco davanti alla solita panchina di ferro, quella davanti alla fontana. Christian accomodò le lunghe gambe stese in parallelo e terminò lo spuntino in un baleno.



Valeria sapeva che quello era il momento del treno. «Papà fa la barba a Christian!» «Certo, stai bene col viso pulito. Allora mi porgi la carta?» Il ragazzo tolse dalla tasca del giubbotto un rotolino di carta bianca ed una matita blu. La signora gentilmente scosse la testa: «Appena arriva la bella stagione, Christian, ti porto davvero alla stazione...» Lui srotolò la striscia di carta: «Ora Valeria taglia». «Giusto». L’assistente estrasse dalla borsa un paio di forbicine e lentamente, con la massima attenzione, tagliò la striscia in tre rettangoli identici. Christian li afferrò con delicatezza e con la matita disegnò dei cerchi uno accanto all’altro, e su tutti e tre i pezzi di carta. Il primo cerchio era disegnato più grande e colorato in pieno di blu. «Bravo, ecco tre vagoni con le locomotive! Quindi?» Allora il ragazzo scosse i tre pezzi come per dare il movimento delle carrozze.

«BRUMM BRUUUMMM!» e accompagnava tutto con la voce grossa. Valeria prese dalla borsa una piccola cucitrice, unì i foglietti e mise tutto in borsa. «Fatto il treno, ora andiamo a casa». Già sulle scale il padre attendeva Christian: «Passata una buona mattina?» Il giovane tolse il giubbotto e raggiunse la propria camera. Valeria e l’uomo si scambiarono le ultime direttive per il giorno dopo: «Non si preoccupi, tutto bene. Oggi è stato calmo!» «Ehhh non è più un bambino. Alto com’è può dare...» «Non si preoccupi, andrà tutto bene» ripeté la signora. Il padre la congedò rassicurato, e attese la moglie preparando il pranzo e ap- parecchiando la tavola.


Quella sera la madre prima di spegnere la luce in camera chiese a Christian: «Leggo a voce alta “La Regina Delle Nevi”?» «Già stato detto!» e chiuse gli occhi, supino. La madre avrebbe voluto - anche una sola volta - incontrare i suoi occhi. Ma Christian fin da piccolo non incrociava mai il suo sguardo. Lei avrebbe desiderato fronte su fronte, occhi su occhi, iride su iride, come una carezza. Ma da venti anni non voleva rischiare di farsi finalmente guardare da lui... e non essere riconosciuta. Il suo amore ingabbiato. Anche la camera era assopita con Christian. Il padre raggiunse la moglie, si presero per mano senza parlare. Il loro amore per lui, ingabbiato... Le nuvole invernali, strane, rigavano le tende ad ogni oscillazione del vento; i rami degli alberi inanellavano quieti arabeschi sulle pareti. Era il momento in cui ogni cosa urlava: silenzio! I genitori raggiunsero la loro camera per un’ ennesima notte di semi-veglia.


Il ragazzo spalancò gli occhi a causa di una violenta luce, e un colpo sui vetri aprì di botto la finestra. La luce sollevò Christian e lo trascinò in alto. La finestra si richiuse nella stanza in penombra.

Christian oscillò e volò. Era sveglio e si librava nel vuoto dolcemente. Alla sua destra la Terra illuminava lo Spazio Profondo, alla sinistra un altro pianeta comparve, e stazionò sotto di lui. La luce lo fece planare lentamente, fino a che Christian si trovò in piedi su uno spiazzo roccioso. Spalancò la bocca ma un nugolo di figure lucenti e multicolori lo circondarono. Si trattava di centinaia di esseri festosi e rumorosi: «Eccolo eccolo». «È tornato fratello fratello!» Una grande pallone sgonfio gli si fermò ai piedi, tre lampadine spente salirono sulla testa, una fila di palline bianche lo circondarono saltando per l’emozione. La palla più grande aveva un solo occhio ed un piede buffo. Tutte le altre solamente la bocca. Si misero in fila davanti a Christian, attaccate alla più grande che era di colore blu. Poi tutte insieme gridarono come invito: «BRUMMM BRUMMM! BRUUM BRUUUMMM!»



Era l’alba quando il ragazzo tornò nel proprio letto. Tra le mani stringeva una grande stella di metallo, colorata in oro scuro e con la punta superiore spezzata. La madre lo trovò così quella mattina: disteso sul letto a guardare una stella che teneva fra le mani. «Christian, dove hai preso... ma chi ti ha dato questa??» e s’avvicinò per afferrare l’oggetto sconosciuto. Il ragazzo saltò in piedi ed iniziò a muovere i gomiti e le mani in modo violento e ritmico: «Regalo per Christian! Regalo per Christian!» urlò tenendo sempre la stella fra le dita. «Va bene va bene calmo calmo!» Anche il padre s’affrettò a raggiungerli: «Ha una crisi. Chiama Valeria!» Lui continuava a muovere le braccia ed urlare «regalo per Christian!», allora la madre preferì lasciarlo tranquillo per vedere se – a poco a poco – terminava l’agitazione. Infatti dopo pochi minuti il figlio s’acquietò


Decisero di tenerlo da solo in camera per farlo riprendere; forse il ragazzo si sarebbe riaddormentato. Invece Christian era sveglissimo. Disteso supino, sollevò la stella dalle quattro punte e mezza. Oltre alla vernice dorata, l’astro spezzato aveva due grandi occhi naso e bocca come una vera faccia. Christian appoggiò la fronte sopra la stella. Fronte su fronte. Occhi su occhi. Iride su iride. Come una carezza.


Articolo a cura di: Alice Bunner



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