Gender pay-gap: una disparità tutta italiana

Non è un argomento nuovo, non è una discussione nata da poco, eppure se ne parla ancora troppo poco. Atteggiamento decisamente omertoso, tipico italiano, di quando il danno non è a danno della percentuale maschile della popolazione. Gender pay-gap è una definizione inglese che indica la disparità salariale, a parità di mansione e ore di lavoro, tra uomini e donne.



Le ragioni per cui esista, nel XXI secolo, una tale mostruosità, affondano le radici in secoli di patriarcato tossico che voleva le donne in casa, in quanto non adatte a svolgere nessun lavoro che non fosse domestico.


L’analisi di questo fenomeno, per essere spiegata nella sua totalità, deve tenere in considerazione anche altri fattori complementari e metaforicamente limitrofi. Tra questi, ad esempio, c’è il tasso di occupazione. Le donne lavorano meno degli uomini, poiché sulle loro spalle pesa ancora la responsabilità della cura di casa e figli (esattamente come 100 o 50 anni fa). Le donne prediligono occupazioni part-time o con orari molto flessibili, rinunciando spesso ad una carriera lavorativa.

Di fatto, lo Stato italiano non aiuta le donne in questo senso (tra i mille modi in cui riesce a sabotarle), non intervenendo quando un datore di lavoro sceglie il candidato uomo solo perché sprovvisto di un utero fertile, quando i congedi di maternità non vengono pagati e non parliamo di congedi di paternità, la cui misura adeguata è ancora ben lontana.


Secondo gli studi sui dati raccolti dall’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica, a cinque anni dal conseguimento di una laurea a ciclo magistrale, lo scarto nello stipendio netto mensile è di circa 500 euro: 1969 contro 1403. Questo è solo l’ennesimo esempio di quanto il patriarcato sia capillare e silente, quanto sia subdolo il suo modo di porre ostacoli. 500 euro possono limitare notevolmente l’indipendenza economica di una donna, che si vedrebbe costretta ad appoggiarsi a qualcuno.


Subdoli giochi del patriarcato.


I dati forniti dall’ISTAT ci informano che, nel settore pubblico, il divario “si limita” ad un 4.4%, mentre nel privato si raggiungono picchi del 17.9% Non migliori sono i dati quando si guarda al guadagno complessivo annuale (overall earning gap): nel 2019 si è stimato che gli uomini si ritrovino in busta paga circa il 10% in più rispetto al salario di una donna, traducibile in 3000 euro annui in più.


Tra i settori presi in esame per quest’analisi, le differenze più marcate si registrano nell’ambito delle finanze, dove lo scarto raggiunge il 20%.


Tuttavia, sebbene di magra consolazione, i dati confermano che non è solamente l’Italia a dover affrontare questo problema. Secondo Eurostat, nel 2019, la percentuale di unadjusted pay gap (ovvero la differenza tra la retribuzione oraria lorda media di uomini e donne espressa come percentuale della retribuzione oraria lorda media degli uomini) europea si aggira intorno al 14.1%, mentre il nostro paese arriva al 4.7%. Quello che lascia stupiti, però, è che le “oasi di civiltà” a cui l’Italia si ispira, come Austria e Germania, tocchino picchi di addirittura il 19.9%. Non siamo gli unici: è vero. Ma questo non deve farci adagiare, bensì indirizzare la società verso un cambiamento.


Obbligare una donna a dover scegliere tra carriera e famiglia, è violenza. Non pagare una donna come merita e costringerla, quindi, a doversi affiancare ad un uomo, facendole perdere dignità ed indipendenza, è violenza.

Tutto questo e molto altro, nella Italia del XXI secolo (a.C.?)


Articolo a cura di: Victoria Pevere




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