Flesh out - Quando il tuo corpo non ti appartiene

Il cinema è un mezzo divulgativo straordinario, capace di rendere in modo estremamente accurato le situazioni più disparate e di esplicitare disagi percepiti intimamente, in modo che questi possano trovare interlocutori con cui dialogare. A seguito del potente dibattito circa la discriminazione di genere originato dai recenti fatti di cronaca, ho iniziato a cercare storie che potessero rispondere all’esigenza di narrazioni dissonanti che raccontassero la discriminazione di genere da diversi punti di vista: una di queste storie l’ho ritrovata in un film di Michela Occhipinti, regista italiana che ha deciso di indagare il tormentato rapporto che le donne hanno col proprio corpo.



Il modo in cui il mondo ci guarda e ci giudica, che ne siamo consapevoli o meno, condiziona le nostre vite e il nostro io in maniera molto più profonda di quel che crediamo. Quando la Occhipinti ha visto sul suo viso rughe che prima di quel momento non aveva mai notato, si è resa conto di quanto le regole imposte dalla società influenzassero anche la mente meno avvinta dalle convenzioni sociali. Il non riuscire ad accettare i segni del tempo che passa impressi sulla propria pelle ha provocato in lei un malessere: non appena ha realizzato che ciò che più la infastidiva era il difetto estetico in sé e non la riflessione scaturita da quell’episodio sulla vita che scorre inesorabile, ha cominciato a capire che quel problema accomunava le donne di tutto il mondo in maniera spaventosamente universale. È così che è nata l’idea di Flesh out – Il corpo della sposa, un tentativo di elaborare e al tempo stesso raccontare questa sua inquietudine.


Il film racconta la storia di Verida, una ragazza costretta alla pratica del gavage, un rito che mira a soddisfare i canoni di bellezza della società mauritana attraverso l’imposizione di un particolare regime alimentare. Nel momento in cui sua madre la sveglia all’alba per dirle che è stata promessa sposa, la giovane inizia un faticoso percorso che la obbligherà ad ingrassare per compiacere il suo futuro marito. Una cura minuziosa è riservata alle molte scene in cui Verida mangia, emblema della sua sofferenza fisica e psicologica, amplificata ancor di più da un sonoro che dirige l’attenzione degli spettatori sui suoi gesti, sul rumore che fa mentre beve avvilita il latte, suoni naturali che enfatizzano il suo dolore in maniera molto più profonda proprio grazie alla mancanza di musica per quasi tutto il film.


Quello che all’inizio può sembrare un fenomeno lontano dalla nostra esperienza, non è altro che una faccia della stessa medaglia. Le donne di tutto il mondo infliggono violenze inaudite ai loro corpi per rispettare canoni di bellezza che cambiano continuamente a seconda del luogo e del tempo: anoressia, bulimia, ricorso ad interventi chirurgici, diete drastiche e sessioni intensive di allenamento fisico sono - secondo il parere di Occhipinti – molto simili al rito del gavage, perché fondamentali per il raggiungimento della forma fisica considerata perfetta. Che si debba pesare cinquanta o cento chili, che la pelle debba essere più scura o più chiara, poco importa: il principio è lo stesso. Per questa ragione si potrebbe dire che Flesh out è un film di donne per le donne, perché purtroppo sono loro quelle maggiormente bombardate – anche inconsapevolmente – dai dettami estetici.

Quello che all’inizio sarebbe dovuto essere un documentario sul rito del gavage, si è presto trasformato in un film.


‹‹Se avessi realizzato un documentario avrei dovuto concentrarmi su una sola persona, mentre un film mi avrebbe permesso di includere in un’unica storia tutte le esperienze significative con cui ero entrata in contatto››.


Questa scelta le ha permesso di inserire varie figure: chi ha portato a termine il gavage, chi non ce l’ha fatta, chi ha divorziato più volte (il divorzio è un fenomeno molto diffuso e socialmente accettato in Mauritania), chi ha fatto uso di pillole comprate al mercato nero, pericolose per la salute in quanto normalmente impiegate per l’ingrasso del bestiame.


Di particolare bellezza visiva è il finale, evocativo dell’intero percorso di Verida. La sua ribellione, tutt’altro che irruenta e appassionata, la porta all’accettazione di sé. Non è la nostra immagine che ci definisce e l’interiorizzazione di questo concetto – tanto banale quanto difficile da concretizzare – è resa perfettamente sia dal gesto di lasciare che il vento porti via dalle sue mani il velo da sposa, sia dalla sua figura riflessa nelle onde del mare che lentamente viene risucchiata fuori dall’inquadratura. Un finale lasciato volutamente aperto per dare agli spettatori la possibilità di riflettere e interrogarsi sul suo significato. Non sappiamo se Verida deciderà di sposarsi o meno perché non è quello il senso intrinseco del film: si è liberata del peso della sua immagine, costantemente giudicata dallo sguardo soffocante degli altri. Si è finalmente accettata per quel che è ed il suo corpo è di nuovo di sua proprietà.


Articolo a cura di: Concetta Pia Garofalo



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