Favole nere al cinema

La favola è une delle espressioni più genuine della cultura popolare, racconti allegorici che cercavano da una parte di suscitare stupore nell’ascoltatore e dall'altra portavano l'insegnamento di principi morali. Nelle veglie invernali al caldo delle stalle o nelle aie immerse nel fresco delle sere estive, si raccontavano favole e si socializzava, immagini di una società rurale immutata per secoli. Inevitabilmente chi ama il cinema avrà subito colto l’immagine della scena di un meraviglioso film, L’Albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi, con i contadini raccolti nella stalla ad ascoltare una storia avvolta nel mistero. Queste poche righe introduttive non hanno certo l'ambizione di proporre analisi antropologiche, in questa sede si cerca piuttosto di parlare dell'appartenenza del concetto di “favola” al linguaggio della settima arte, e d’altra parte sotto un certo punto di vita la favola stessa appare come una sorta di antenato del cinema.



Ci soffermeremo in particolare sul concetto di “favola nera”, una espressione che spesso ricorre nelle recensioni: quante volte abbiamo sentito parlare “favola nera” riguardo a un certo film? Ma cos’è dunque la “favola nera”, si può riuscire a definirne in qualche maniera le coordinate? Richiamando quanto scritto nelle righe iniziali, si può ragionevolmente definire la “favola nera” come un racconto dai tratti oscuri attraverso il quale esporre pensieri sulla complessità dell’animo umano, le sue ambizioni, le sue paure, le sue ossessioni. Può sembrare ovvio associare la “favola nera” al genere horror, ma tale considerazione non solo appare limitante ma pure profondamente sbagliata: se è vero che i film che possono essere inquadrati sotto la definizione di “favole nere” contengono, proprio per la loro natura, elementi “gotici” che li avvicinano al sopra citato genere horror, è altrettanto vero che questi elementi possono anche non essere fondamentali e diventa dunque difficile l’inquadramento in un genere specifico. Proponiamo ai nostri lettori tre film attraverso cui esemplifichiamo i concetti espressi qui sopra:


Iniziamo con Il Cigno Nero di Darren Aranofsky, film del 2010 che venne letteralmente ricoperto di riconoscimenti (tra cui 5 nomination agli Oscar di cui uno vinto, quello per la miglior attrice protagonista, da Natalie Portman). La storia della ballerina dal grandissimo talento ma dal fragilissimo equilibrio psicologico è il pretesto per raccontare le ossessioni più nascoste dell’animo umano. Nina, la protagonista, apparentemente dolce e insicura deve affrontare le pulsioni più oscure della sua anima per trovare la strada del successo che comunque non arriverà, se non al prezzo di una autentica “discesa agli inferi”. Una favola nera ricca di inquietudine dunque, inquietudine trasmessa allo spettatore anche attraverso l’uso di immagini disturbanti a rappresentare il viaggio interiore della protagonista.



Come secondo titolo proponiamo un film poco conosciuto e invece meritevole di considerazione: Franklyn, diretto nel 2008 da Gerald mcMorrow. La storia in questo caso procede su due realtà parallele: la Londra dei giorni nostri e una imprecisata “Città di mezzo” (Meanwhile City). In questo contesto si incrociano varie storie apparentemente slegate fra loro, ma che troveranno il loro compimento in un finale che proporrà un punto di convergenza. Al di là di una costruzione assai affascinante (davvero indimenticabile la “Città di mezzo”), Franklyn propone una riflessione sul destino, sulla volontà di ognuno di cambiarlo,ma al tempo stesso sulla sua ineluttabilità a cui nessuno può sfuggire.


Chiudiamo questa breve rassegna con uno dei film più profondi usciti in sala negli ultimi vent’anni, The Village di M.Night Shyamalan.



Una storia apparentemente semplice che in realtà suscita nello spettatore più attento una catena di riflessioni sulla natura dell’uomo. Gli elementi favolistici sono assolutamente evidenti: un villaggio isolato dal mondo esterno circondato da un bosco abitato da creature misteriose. Tra umani e creature esiste un patto: ovvero queste non entreranno mai nel territorio dei primi a condizione che il bosco resti inviolato. Per la gente del villaggio la vita scorre nella quiete di una serena quotidianità, finché un evento drammatico non li obbligherà a violare il patto. Non ci soffermeremo sugli straordinari pregi cinematografici di una pellicola realizzata con mano straordinariamente felice da un regista che non è purtroppo stato in grado di ripetersi, piuttosto ci concentriamo sul significato più profondo che troviamo in questa storia: il desiderio dell’uomo di sfuggire al male e la sua impossibilità a raggiungere questo obiettivo. Il male fa parte della natura umana, lo segue come un’ombra e qualunque sforzo si faccia, qualunque isolamento si imponga, non esiste per l’umanità possibilità di sfuggire ad esso. Finisce qui il nostro breve excursus sulla “favola nera”, sperando di avere dato buoni consigli di lettura e visione.


COLLABORAZIONE - Articolo a cura di: Cineforum "Quei Bravi Ragazzi" di Quiliano



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