EDITORIALE - Erano uomini non marziani

Sono anni difficili questi che segnano l’inizio del terzo millennio. L’avvio è promettente e vede nella consacrazione delle tecnologie della comunicazione e della conseguente globalizzazione dei mercati la chimera di uno sviluppo socio-economico senza limiti, all’insegna della new economy con capitale quella Sylicon Valley che si erge a nuovo simbolo del “sogno americano” ormai, proprio grazie alla rete delle reti, diventato “mondiale”.


Ma l’euforia provocata dal sorgere di nuove realtà imprenditoriali nate dal nulla (o quasi), dall’ambizione di giovanissimi imprenditori che con poche risorse riescono, nel giro di pochi anni, a fatturare con le loro aziende molto più di quanto riescono a produrre intere nazioni in termini di Pil, si trasforma presto in incertezza, dubbio ed infine crisi. Crisi non solo in termini economici e che investe il mondo occidentale partendo dalla bolla immobiliare statunitense e arrivando fino alla rinascita delle economie orientali come quelle di Cina e India che hanno creato, e continuano a creare, non poche difficoltà alle imprese europee in termini di concorrenza; ma anche - e forse soprattutto - una crisi sociale dagli sviluppi imponderabili. L’attuale situazione sanitaria, che vede l’intero pianeta coinvolto in una lotta impari contro un nemico invisibile, completa in qualche modo il quadro d’incertezza che ci attanaglia ormai da venti lunghi anni, da quell’undici settembre che fa da spartiacque tra il mondo “locale” e quello “globale". Ma come siamo arrivati a questo punto? Perché non riusciamo ad uscirne?



Probabilmente non esiste una risposta esaustiva e puntuale a queste domande perché troppe e troppo complesse sono le variabili in gioco. Ma, come sempre, in questi casi ci viene in soccorso la storia. La storia del genere umano, quella più recente, quella che in qualche modo è stato possibile documentare, è ricca di periodi più o meno simili a quello attuale. Sono le grandi “cesure”, gli importanti stravolgimenti dovuti a delle accelerazioni riguardanti gli ambiti cardine dello sviluppo sociale, a provocare questi periodi di transizione e cambiamento tra un’epoca e l’altra. L’ultima grande cesura l’abbiamo vissuta con la seconda rivoluzione industriale dove la società europea, prevalentemente basata sull’agricoltura, si industrializza stravolgendo la geografia sociale, svuotando definitivamente le campagne a favore dell’espansione dei conglomerati urbani. Tanti lavori scomparvero o ebbero sempre meno appeal, sorsero nuovi aggregati sociali, furono emanate nuove leggi, si consolidarono gli stati nazione a scapito dei grandi imperi, cambiarono perfino le pratiche religiose e cominciarono, purtroppo, ad accentuarsi i fenomeni migratori. Si trasformarono lentamente anche i legami familiari. La famiglia patriarcale comincia lentamente a sgretolarsi.

Così come allora, oggi riviviamo una forte accelerazione, una nuova cesura, dovuta allo sviluppo, a partire dal secondo dopoguerra, delle tecnologie della comunicazione che hanno in qualche modo contribuito al forte cambiamento in atto.



Un’accelerazione probabilmente ancora più sostenuta rispetto a quelle del passato i cui effetti di conseguenza sono molto più immediati e per questo più difficili da assimilare dal corpo sociale. Le analogie tra le due ere sono molteplici: tanti lavori si sono estinti, nuove leggi si affacciano tra uno scontro politico e l’altro, si consolidano le istituzioni sovranazionali a scapito degli stati nazione che sembrano ormai quasi un impedimento allo sviluppo, una inusuale palla al piede fatta di pura burocrazia, si accentuano notevolmente i fenomeni migratori e la famiglia continua a subire trasformazioni ormai quasi incontrollabili.


Considerando questa breve e semplice analogia tra queste due epoche importanti, ne potremmo dedurre che continueremo per un pò di tempo ad avere un periodo di sviluppo più o meno importante conseguenza della spinta provocata delle continue innovazioni ed i relativi effetti sulle strutture sociali, ahimè seguito da periodi più bui quando questa propulsione si sarà esaurita e nuove criticità faranno capolino tra le schiere delle categorie sociali più fragili. Si può evitare che ciò avvenga? Forse si. Bisogna intanto individuare i segni che rappresentano l’inizio del decadimento. A tal proposito qualcuno un tempo disse che una società entra in crisi quando il popolo, non avendo altra via, cerca il capro espiatorio a giustificazione dei propri disagi nelle minoranze, nel diverso, nel nemico comune della società. Quel nemico comune che a turno governanti, dittatori e regnanti indicano, più o meno apertamente, quando serve a mascherare la loro incapacità o a consolidare il loro consenso.


Per questo, oggi, non condivido le tante voci che profeticamente sostengono che il passato non può ripetersi, che certi periodi bui non potranno più affacciarsi. Mi ha particolarmente colpito una frase di Emanuele Fiano, politico e scrittore, figlio di Nedo sopravvissuto ad Auschwitz, che presentando il suo libro “Il profumo di mio padre” ad un certo punto, mentre racconta commosso come i tedeschi uccidevano i deportati nei campi di concentramento, sottolineando alcuni macabri particolari, si sofferma e con voce ferma e decisa declama: «Non pensate fossero marziani, erano uomini e quindi tutto può succedere di nuovo». Un brivido, in quel momento, mi ha attraversato la schiena.


Articolo a cura di: Antonino Marino



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