Due volte meno: la condizione di subordinazione delle donne proletarie

Cosa avevano in comune le donne e i proletari fino alla seconda metà del secolo scorso? Sottomessi entrambi ad un soggetto potente, come riusciranno a ribellarsi?



In alcuni dei suoi più famosi scritti, Anna Maria Mozzoni si occupa di descrivere in maniera estremamente analitica la condizione femminile del suo tempo, dalla seconda metà dell’Ottocento ai primi anni del Novecento.


Anna Maria Mozzoni, infatti, fu una famosa giornalista e attivista italiana, fra i pionieri del movimento dell’emancipazione femminile: nel 1870 tradusse in italiano quella che divenne una delle pietre miliari del femminismo di prima ondata, “The Subjection of Women” scritto da John Stuart Mill.


L’immagine cardine che ricorre spesso nelle opere della Mozzoni è quella del parallelismo fra padroni e proletari e uomini e donne. I primi, in entrambi i casi, esercitano sui secondi un potere radicato nella società che sembra essere inespugnabile. I secondi, per almeno gran parte della storia, sembrano sottostare ai primi, accettando la propria condizione come se quello dei padroni, come degli uomini, fosse un potere obbligato, un diritto naturale.


Nei suoi discorsi, trascritti e poi divenuti opere, non manca neppure di evidenziare la condizione di doppia inferiorità delle donne proletarie. Se l’uomo proletario è contrapposto al padrone rispetto al quale si trova in una condizione di subordinazione, una volta rientrato nelle mura domestiche ottiene quello che potremmo definire “un riscatto”: esercitare un ruolo di potere sulla donna.

Ciò porta la donna della famiglia a ritrovarsi a rivestire due volte il ruolo dell’oppresso, non importa se sia una madre, una sorella, una moglie o una figlia.


Ciò porta la donna della famiglia a ritrovarsi a rivestire due volte il ruolo dell’oppresso, non importa se sia una madre, una sorella, una moglie o una figlia.

Molte delle donne che provenivano da una famiglia proletaria, infatti, generalmente si trovavano a dover abbandonare presto la vita casalinga per andare a lavorare in fabbrica.


La conseguenza è che per la donna non esiste alcun riscatto, bensì soltanto un prolungamento del suo stato di subordinazione in cui resta oggetto dipendente di un soggetto variabile che esprime e manifesta il suo potere: nell’ambiente di lavoro è sottomessa dal padrone, all’interno delle mura domestiche dal marito, dal padre o dal fratello.


Per questa ragione i movimenti femministi che oggi conosciamo con l’appellativo di “Prima Ondata” ben presto si divisero nelle prime due correnti: quella liberale e quella socialista.


La corrente liberale vede proprio nel testo citato in precedenza, “La servitù delle donne” di John Stuart Mill, la sua teoria cardine. Coloro che scelgono di aderire a questa corrente sono per lo più appartenenti alla classe borghese, vivono in condizioni agiate e ritengono che l’emancipazione della donna potrà dirsi realmente raggiunta solo quando le donne avranno ottenuto gli stessi diritti fino ad allora riservati agli uomini, sia per quanto riguarda l’ambito pubblico, come nella sfera di affari e istituzioni, che per quello privato come la vita familiare.


La corrente socialista, invece, prevede che la condizione materiale di subordinazione delle donne possa essere superata solo con l’impegno in una dura e convinta lotta volta anche al superamento della condizione di inferiorità parallela: quella vissuta dai proletari. Lo stato delle donne e dei proletari potrà dunque variare soltanto con l’avvio di un unico meccanismo di cambiamento cioè tramite la rivoluzione comunista, una società socialista nella quale possano scomparire tutte le forme di subordinazione: dei proletari (uomini e donne) rispetto ai capitalisti, delle donne (proletarie e non) rispetto agli uomini.*


Questa modalità di risoluzione tramite una duplice lotta per opporsi alla posizione di inferiorità deriva dall’origine condivisa della condizione di subordinazione di donne e proletari la cui nascita e il cui sviluppo sono mostrati analiticamente in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato di Engels, un saggio antropologico e storico in cui sono esposti i numerosi e approfonditi studi sulle società.


Fra le pagine scritte da Engels, infatti, appare immediatamente evidente che capitalismo e patriarcato siano ordini, economico uno e di genere l’altro, nati dopo un’unica gestazione e diversi solo per un singolo dettaglio: nel primo caso la società basata sulla proprietà privata prevede che la condizione di inferiorità riguardi solo una parte di umanità, nel secondo, invece, è la totalità delle donne che si trova a vivere una relazione di sottomissione rispetto alla totalità degli uomini.


Per questa ragione è ormai giunto, se non superato addirittura, il momento in cui dovrà essere la totalità delle donne a ribellarsi e non soltanto una parte di esse.


Articolo a cura di: Beatrice Tominic


*Le filosofie femministe, A.Cavarero, F. Restaino, Bruno Mondadori, 2002, pag. 15



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