Dormire per un anno per non provare emozioni

Cosa può spingere una giovane e ricca newyorkese a dormire per un anno grazie a massicce dosi di ansiolitici e tranquillanti?



Apparentemente, nulla. La protagonista senza nome, nonché voce narrante di “Il mio anno di riposo e oblio”, di Otessa Moshfegh, si è da poco laureata alla Columbia, lavora in una galleria d’arte e grazie all’eredità dei genitori vive in un appartamento a Manhattan.


Solo procedendo con la lettura scopriamo che i suoi genitori sono morti, il suo fidanzato l’ha lasciata, l’hanno licenziata dalla galleria e non ha amici. Eppure lei non sembra provare alcun dolore, e questo la rende per la maggior parte del tempo insopportabile, oltre che snob e superficiale.


Lo stile usato nel libro rappresenta appieno il suo approccio alla vita: freddo, distaccato, privo di qualsiasi sentimento. Questo è un grande punto di forza del libro, perché coincide con l’obbiettivo della protagonista, cioè ibernarsi per non sentire più emozioni, e sentirsi rinata al proprio risveglio.


Nelle poche ore di veglia, si lava, mangia e guarda film. Non ha bisogno di lavorare grazie alla rendita dei genitori, e non esce di casa se non per comprare le medicine.



Ad aiutarla nel suo piano c’è la dottoressa Tuttle, psichiatra sconsiderata che le prescrive qualunque farmaco senza battere ciglio e senza preoccuparsi minimamente degli effetti collaterali.


L’unica altra presenza fissa nella vita della protagonista è Reva, la sua migliore amica: insoddisfatta, invidiosa e patetica, eppure proprio per questo stranamente tenera.


A Reva manca tutto ciò che la protagonista ha, e il loro rapporto è basato principalmente su tentativi falliti di emulazione. Reva si sente meno bella e meno magra, e cerca di compensare con diete esagerate e un’ossessione per la palestra.


La gelosia era qualcosa che Reva non sembrava sentire il bisogno di nascondermi. Fin da quando eravamo diventate amiche, ogni volta che mi succedeva qualcosa di positivo, lei grugniva “non è giusto.” Era una reazione automatica a un mio bel voto, un nuovo rossetto, un mio costoso taglio di capelli.


La protagonista sembra a malapena tollerarla, e non le mostra il suo supporto nei momenti di difficoltà, come la morte della madre; eppure (per lo meno inconsciamente) tiene a lei. Infatti, durante uno dei suoi blackout dovuti a uno dei farmaci che assume, sale senza rendersene conto su un treno che la porterà a casa di Reva, che la aspetta per andare insieme al funerale della madre.



Lo sfondo della vicenda, come già anticipato, è New York, e il modo in cui l’autrice la descrive, e soprattutto descrive le persone che ci abitano, è al tempo stesso pieno di cinismo ed esilarante.


Fighetti che leggevano Nietzsche in metropolitana, o Proust, o David Foster Wallace, che annotavano pensieri geniali su taccuini Moleskine neri. Pance da birra e gambe secche, felpa col cappuccio, berretto di lana, borsa di tela, mani piccole. Si rollavano le sigarette, non si lavavano abbastanza i denti, spendevano centinaia di dollari alla settimana in caffè.


È anche per sfuggire a un mondo esterno che detesta, oltre che al suo dolore, che la protagonista decide di dormire per un anno.


Articolo a cura di: Maria Luisa Da Rold


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