Donne rEsistenti: la Resistenza taciuta che oggi dobbiamo urlare (pt.2)

Nei Gruppi di Difesa della Donna, che in futuro confluirono nell’Udi, associazione collaterale al PCI, svolgevano attività anche donne cattoliche.


Furono proprio loro che nel marzo del 1944 protestarono a piazza San Pietro sotto gli occhi di papa Pio XII urlando: “viva la pace, fuori i tedeschi”. Le donne, anche quelle meno attive nell’ambito politico e militare della Resistenza, si schieravano per garantire a se stesse, alle famiglie e ai figli un degno modo di sopravvivere.



L’astio contro i tedeschi continuò a crescere ancora di più, come se ce ne fosse bisogno, prima per le lotte per il pane, nel corso delle quali le proteste delle donne nacquero spontaneamente, e poi per la mancata capacità di rispettare la loro dichiarazione di una “Roma città aperta.


Fra loro, come sottolinea nella sua biografia intitolata, appunto, Memorie di una che c’era, è presente una giovanissima Marisa Rodano, ancora militante nel Partito della Sinistra Cristiana prima che aderisse al PCI.


Non si conoscono, invece, la fede e l’identità delle tantissime donne che, fin dall’8 settembre del 1943, si trovarono ad assistere e a mettere in salvo partigiani e soldati o a combattere con loro soprattutto nei quartieri Ostiense, Porta San Paolo, Testaccio e Trastevere: non solo i leader antifascisti, ma anche gli stessi comandanti tedeschi riconobbero il ruolo decisivo delle donne in questi frammenti di storia.


Spostandoci ancora più a sud, a Napoli, ci saremmo potuti imbattere in Maddalena Cerasuolo. Cammina nelle strade del quartiere Materdei, dove è attesa la vendetta dei tedeschi, in avanscoperta solitaria e qualche giorno dopo parteciperà agli scontri di Ponte Sanità.


Alcune donne furono premiate con medaglie al valore, altre ancora tornarono a ricoprire i ruoli di sempre nelle loro case, angeli del focolare con le ali ormai spezzate.


Molte altre resistenti, però, non videro mai la Liberazione.


Siamo nel 1944 a Trieste. Rita Rosani è una ventiquattrenne combattente nata da genitori ebrei della Cecoslovacchia: il suo vero cognome non italianizzato, in realtà, sarebbe Rosenzweig.


Rita ha vissuto una vita simile a quella di molte altre giovani contemporanee, ma per ogni azione che ha compiuto, ha dovuto vivere un però.


Rita ha avuto un ragazzo, Giacomo, ebreo polacco, però è stato internato in un campo in Calabria e si sono lasciati.


Non lo ha più visto, però sa che è stato deportato ad Auschwitz.


Aveva continuato a studiare in un istituto magistrale, però ha dovuto abbandonare gli studi a causa delle leggi razziali.


Nonostante questo è riuscita ad ottenere il diploma e insegna ai bambini ebrei, però dopo l’8 aprile è dovuta fuggire. Ora che ha aderito alla Banda Armata a Lignano, combatte al fianco di ragazzi come lei, alcuni più giovani.


È un giorno qualunque e con i suoi compagni rientra alla base, dove vengono sorpresi da tedeschi e fascisti: non scappa però, anche lei combatte in prima fila fino a morire.


Irma Bandiera, dal nome di battaglia Mimma, entra nella Resistenza quasi trentenne, quando, dopo l’armistizio, si iscrive al PCI. Il suo fidanzato è disperso a Creta dopo essere stato catturato dai tedeschi e lei mette tutta se stessa nella lotta partigiana nella VII Brigata GAP Garibaldi di Bologna.



È il 5 agosto del 1944 e i partigiani riescono ad uccidere un ufficiale tedesco: la furia travolge il nemico.


Il 7 agosto, dopo aver trasportato delle armi, Mimma viene arrestata in casa di suo zio insieme a due compagni. Lei, però, viene portata a Bologna. Viene considerata debole, forse proprio perché donna e i fascisti sono convinti che potrebbe lasciarsi sfuggire informazioni sulla Resistenza.


Passano sette giorni di torture e sevizie, viene addirittura accecata con una baionetta. Poi è portata nella via della casa della sua famiglia: lì le sparano. Non ha parlato.


Un sorte simile sarà quella di Stefanina Moro, staffetta per diverse formazioni partigiane. È autunno e Stefanina viene arrestata e torturata affinché riveli il nome dei compagni. Poi viene ricoverata nell’ospedale di Asti dove muore, a soli sedici anni.


Coraggiose e altruiste, oggi la loro Resistenza non deve essere taciuta, ma urlata a chiunque.


La loro storia, quella di una Resistenza composta anche da donne, infatti, per lungo tempo non emerse mai. Non solo coloro che hanno intrapreso la carriera politica: le partigiane furono donne comuni che non solo si erano schierate con i partigiani, ma che furono e sono, ancora oggi, loro stesse partigiane.


Esistenti ed eterne, per questo dobbiamo parlarne al presente


Articolo a cura di: Beatrice Tominic



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