Donne rEsistenti: la Resistenza taciuta che oggi dobbiamo urlare (pt.1)

Quella portata avanti dalle donne per lungo tempo è stata definita Resistenza taciuta. Oggi tutti dovrebbero sapere che le italiane sono state non solo staffette, ma anche strateghe e combattenti in prima linea.



Il 25 aprile si festeggia, nel nostro Paese, l’anniversario della Liberazione dal regime nazifascista.


La data fu scelta perché, nel 1945, proprio nella giornata del 25 aprile fu proclamata l'insurrezione nei territori ancora occupati dai nazifascisti.


La prima città ad essere liberata fu Napoli, fra il 27 e il 30 settembre del 1943, ma i tempi che permisero all’Italia di potersi dichiarare realmente libera dall’occupazione furono lunghissimi.


Soltanto poco più di un anno dopo verranno liberata Roma e Firenze. Il nord restava occupato dai nazisti e dai fascisti della Repubblica Sociale Italiana, conosciuta più comunemente come Repubblica di Salò.


Nel 1945, Bologna venne ufficialmente liberata il 21 aprile e Genova il 23: il 25 rappresentò dunque, il momento culminante della Resistenza.


Proprio il 25 aprile, infatti, vennero liberate anche Milano e Torino, per Venezia occorrerà aspettare il 28 aprile.


Il 2 maggio il nostro Paese si poteva definire finalmente libero.


Merito degli alleati o dei partigiani? Ovviamente una vittoria così grande non può spiegare chi riuscì a portare a termine l’impresa. Ciò che è certo, però, è che dovremmo aggiungere nelle nostre riflessioni un altro soggetto, troppo spesso dimenticato: le donne.


Se è vero che nel nostro immaginario collettivo e tradizionale vediamo giovani e giovanissimi ragazzi imbracciare un fucile camminando verso la campagna e i monti che chiedono alle loro belle di essere sepolti sotto l’ombra di un bel fior qualora dovessero morire, dobbiamo sapere che spesso la storia ci ha privato di un’altra scena.


Ad imbracciare i fucili sono ragazze e ragazzine, con i pantaloni, con la gonna, altre ancora oppure le stesse che andavano su e giù per i sentieri in biciclette per svolgere il loro lavoro di staffetta partigiana o che cercavano di organizzare e riunire le donne del proprio paese, della propria città.


Nessuno ce lo ha mai raccontato o fatto studiare nei libri di scuola, eppure la guerra non ha sesso: coinvolge tutti e tutte allo stesso modo, non è complicato capirlo.


Pensiamo di essere nella campagna di Asti, fra il 1942 e il 1943. Celestino, padre di famiglia e operaio alla Way Assauto sta rientrando a casa con una vecchia macchina da scrivere che tuona ogni volta che ne viene premuto un tasto. Dovranno stampare, proprio a casa loro, volantini contro la guerra e per lo sciopero del 1943, oltre al giornale comunista “Il lavoro”.


La moglie e le due figlie, Marisa e Pini, sono obbligate alla massima discrezione. Celestino non può ancora saperlo, ma tutte e tre svolgeranno un’opera centrale nella creazione e nella fruizione di quelle pagine che contribuiranno a cambiare il corso della storia. Pini macinerà molti kilometri come staffetta partigiana e sua sorella Marisa, Marisa Ombra, prenderà parte alla Resistenza in ogni modo possibile. Una volta trovatasi di fronte all’opportunità di dover scegliere fra lavoro militare e lavoro politico per contribuire alla lotta partigiana, opterà per entrambi, riscontrando problemi solo per quanto riguarderà l’uso delle armi, troppo pesanti e difficili per lei da maneggiare. Molte altre donne, per quanto molti non se lo aspettino, non manifesteranno mai alcun fastidio o problema di questo tipo e svolgeranno il lavoro militare non solo creando diversivi o con armi di fortuna, ma anche imbracciando fucili. Molto più nelle sue corde, invece, si rivelerà essere il lavoro politico: organizzerà con astuzia e sapienza, ad appena diciassette anni, il lavoro delle donne dei Gruppi di Difesa della Donna (GDD), il cui nome esteso è Gruppi di Difesa della Donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà. Oggi sappiamo, però, che questo nome fu scelto per spingere anche le più diffidenti a partecipare: le partigiane non assistevano i combattenti, ma combattevano al loro fianco contro ogni battaglia.


Spostiamoci adesso in Emilia Romagna, a Reggio Emilia, nel 1943.



Qui un’altra ragazza sta diventando una protagonista dei GDD. Possiamo immaginare, forse, che non tutti i resistenti la vedano di buon occhio: laureata in Lettere e Filosofia a Milano, per esercitare la professione di maestra è stata costretta ad iscriversi al Partito Nazionale Fascista appena un anno prima.


È una fortuna, però, che suo padre, venuto a mancare prematuramente nel 1934, sia stato un ferroviere attivo nel movimento operaio socialista, perseguitato dai fascisti.


Meglio stare con i preti, che con i fascisti" era solito dire Egidio Iotti a sua figlia Leonilde, conosciuta da tutti semplicemente come Nilde.


Nilde Iotti, però, oltre all’attività nei Gruppi di Difesa della Donna, si era saputa distinguere per la scelta del compito da portare a termine. Il suo primo contributo nella lotta partigiana fu, infatti, quello di staffetta porta-ordini, quello fra i più conosciuti nella tradizione femminile partigiana, ma anche fra i più pericolosi: erano loro a fare la differenza nella folta rete di contatti e intrecci politici.


Articolo a cura di: Beatrice Tominic



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