Donald Trump e i social che non ha

Bannare qualcuno non è mai un’azione priva di conseguenze: se, da una parte, si neutralizza una minaccia, dall’altra si dà un motivo in più alle persone per protestare. Di fatto, si sta creando un precedente.


Ecco la domanda che tutti ci poniamo: è giusto bloccare Trump sui social?


La mia risposta – che ricordo essere personale – è che non lo si può sapere. Sarà il tempo a mostrarci se il caso di Donald Trump rimarrà isolato o se invece – oltre a creare conseguenze negative – aprirà la strada a nuovi ban.

In questo articolo vi fornirò tutte le informazioni relative ai social e al loro funzionamento: solamente attraverso una comprensione tecnica delle piattaforme, è possibile trarre una conclusione che sia consapevole e argomentata a dovere.


Sfatiamo subito il mito che i social equivalgano alla realtà.


Ciò sarebbe possibile se solo ci fosse una legislazione chiara ed esaustiva sull’argomento. Per quanto mi riguarda – in mancanza di leggi – non è possibile parlare di assoluta realtà.


Possiamo notare questo vuoto legislativo grazie ai continui casi giudiziari che vedono coinvolte pagine e persone. Ogni sentenza spesso contraddice un’altra e la motivazione è semplice: i social non vengono capiti.


Non si riesce a capire che scrivere un post pubblico equivale a mettere un poster in piazza. Non si riesce a capire che un like equivale ad un applauso fatto a chi dice o fa qualcosa. Non si riesce a capire che chi scrive cose strampalate è come se stesse istigando una piazza a compiere iniziative pericolose.


Seconda cosa, i social non sono legalmente responsabili per ciò che viene pubblicato all’interno di essi.


«Nessun fornitore e nessun utilizzatore di servizi Internet può essere considerato responsabile, come editore o autore, di una qualsiasi informazione fornita da terzi». Sezione 230.

Queste poche parole hanno dato così fastidio a Trump che durante il 2020 ha cercato – a colpi di tweet e atti amministrativi – di farle eliminare.


Cosa comporterebbe l’eliminazione della sezione 230?


Comporterebbe una conseguenza di assoluta importanza per Trump – e chi come lui – ossia la possibilità di citare in causa i social network. Infatti, quest’ultimi diverrebbero “attentatori di libertà” avendo oscurato più volte alcuni contenuti pubblicati dall’allora Presidente; ma, non finisce qui: l’eliminazione della sezione 230 spingerebbe i social a dover oscurare tutti i commenti ritenuti offensivi a danno di altri utenti. E Trump ne riceve parecchi.


La strada da fare è lunga ma abbiamo le idee chiare.


Attualmente la Sezione 230 è ancora intatta, mentre ad essere oscurato è stato invece Donald Trump. Forse c’era da aspettarselo.

Tra il 2019 e il 2020 i fondatori di Facebook e Twitter si sono più volte espressi in merito alle affermazioni social = realtà. In ogni loro post, hanno voluto ricordare come i social siano semplici strumenti, mentre chi li utilizza può farne un uso giusto o sbagliato.

In ogni caso – anche per via delle continue pressioni – sono state istruite delle squadre informatiche con l’obiettivo di eliminare i contenuti considerati pericolosi per l’equilibrio sociale.


Anche le pagine di Casapound e di Forza Nuova subirono questo tipo di intervento da parte dei team informatici. Potete approfondire QUI.

Ciò che emerge da queste iniziative è l’interesse – da parte dei social – di assumersi una sorta di responsabilità, anche se non derivante da leggi. Abbiamo le idee chiare perché il futuro sta proprio in queste scelte, cioè adoperarsi per prevenire o contenere ciò che nuoce alla società.


Da tenere a mente.


I social non permettono finanziamenti, né pubblici né privati. Infatti, i fondi derivano dai ricavi pubblicitari collegati alle aziende. Da qui si esclude la possibilità che poteri superiori possano spingere i social ad oscurare un soggetto in particolare. L’unico potere che esiste deriva direttamente dagli utenti. L’unico nemico che esiste è l’utente – o gruppo o pagina - che vìola la quiete generale pubblicando contenuti inopportuni.


Infine, teniamo a mente che i social sono servizi accessibili a tutti, ma pur sempre privati: quindi, dispongono di un loro regolamento nonché di un direttivo utile a prendere decisioni per il bene dell’attività commerciale.

A questo, aggiungiamo che sempre più brand chiedono regole più ferree e sanzioni più importanti per chi usa i social in modo inopportuno.

Alla fine – forse – i social mirano ad essere migliori della realtà.


Articolo a cura di: Riccardo Galvagni



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