Diritto: Donna e lavoro: è possibile scegliere tra carriera e famiglia?

Famiglia o lavoro? È una domanda che non dovrebbe neppure essere posta, soprattutto se si tratta di un contesto in cui i lavoratori, nel caso di specie le lavoratrici, dovrebbero poter godere del diritto di avere una famiglia, così come di realizzarsi ed essere autonome, senza dover “scegliere”.


Eppure ancora oggi, in una società che avrebbe dovuto compiere passi in avanti sotto questo aspetto, siamo costretti ad assistere a situazioni spiacevoli in cui le donne devono rinunciare al proprio lavoro per poter vivere la propria maternità. Come si può parlare di occupazione femminile se, per poter lavorare, molte donne devono rinunciare o rimandare la maternità o, peggio, se si trovano in uno stato di precariato? In Italia, molte donne decidono di diventare madri più tardi o, addirittura, si trovano a scegliere tra impegni famigliari e lavoro.



Tutto ciò determina forti discriminazioni in campo lavorativo, squilibri nei carichi familiari tra madri e padri e poche possibilità di conciliare gli impegni domestici con il lavoro. Molte donne rimaste incinte subiscono discriminazioni o faticano ad usufruire dei diritti e delle tutele previste una volta che si ha un figlio.


La nostra Costituzione sancisce che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore; le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”, al fine di tutelare la funzione essenziale svolta dalle lavoratrici madri in ambito familiare e per garantire loro equità di trattamento in tema di pari opportunità in quello lavorativo.


Ricordiamo, tra le principali tutele introdotte a favore della genitorialità e delle lavoratrici madri, i congedi di maternità e paternità che consentono alla madre e al padre di astenersi dal lavoro durante la gravidanza e nel periodo immediatamente successivo al parto (per la madre) e per tutta la durata del congedo di maternità o per la parte residua che sarebbe spettata alla lavoratrice, in caso di morte o di grave infermità della madre o di abbandono del bambino (per il padre). In più sono concessi i “congedi parentali” con cui i genitori hanno diritto ad assentarsi dal luogo del lavoro per un ulteriore periodo parzialmente retribuito. Ogni madre lavoratrice a tempo determinato e indeterminato ha diritto a due periodi di riposo di un’ora per l’allattamento, fino al compimento di un anno di vita del figlio. La lavoratrice part time ha diritto, invece, a due riposi di un’ora ciascuno se impegnata meno di sei ore al giorno. Tutto ciò in linea teorica.



In pratica, oggi, la parità di genere nel nostro Paese è ridotta ad un semplice slogan e lettera morta, viste le vicende verificatesi nell’ultimo periodo. Una giovane madre, proprio nel periodo ricorrente la celebrazione della figura della donna, si è vista rifiutare una supplenza in una scuola pubblica per aver chiesto, prima di firmare il contratto, delle ore per potere allattare, che costituisce un suo diritto. Si tratta di un evento di una certa gravità, poiché negare un diritto a una donna e madre lavoratrice non può essere giustificato con la necessità per la scuola di ricoprire delle cattedre vacanti.


“Pensi di avere un figlio?” porre questa domanda ad una donna equivale a determinare le cosiddette “dimissioni in bianco” informali, laddove sulla carta sono state eliminate ma che, comunque, permangono se si considera l’atteggiamento di alcuni recruiter. Domande di questo genere vengono poste perché la donna in età fertile viene considerata quasi come una minaccia alla produttività lavorativa. Dunque, quando si cerca di entrare nella sfera privata di una donna cercando di capire le sue intenzioni in merito alla maternità, si va incontro a qualcosa di altamente discriminatorio e rappresenta dunque una “dimissione in bianco ante litteram” perché la donna, alla domanda sulla intenzione di maternità, è costretta o a rispondere di no, oppure a nascondere di essere incinta.


La pandemia ha messo in evidenza come conciliare famiglia e lavoro sia spesso appannaggio delle donne. Le donne risultano precarie e hanno stipendi più bassi dei colleghi maschi. Da alcune statistiche è emerso come su 101 mila perdite di posti di lavoro in Italia, 99 mila riguardino le donne e ciò ci rende consapevoli della drammatica condizione delle donne lavoratrici nel nostro Paese.

Le ultime parole del premier Mario Draghi a riguardo: “intendiamo lavorare puntando ad un riequilibrio del gap salariale e a un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro”. Riuscirà il nostro premier a concedere una volta per tutte opportunità paritarie, e non pari opportunità, e ad eliminare le disuguaglianze di genere?


Articolo a cura di: Marica Cuppari



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