Dimenticarsi ed essere dimenticato

I casi irrisolti sono quelli che solitamente attirano grande interesse nel grande pubblico: serial killer, omicidi, persone scomparse e mai più ritrovate. Uno dei casi più esemplari ed eloquenti del secolo scorso è la scomparsa del fisico catanese Ettore Majorana, scomparso la sera del 25 marzo 1938 sul traghetto tra Palermo e Napoli; di questo fatto di cronaca ne parla ampiamente lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, il quale dedica al grande fisico il saggio La Scomparsa di Majorana. Pubblicato per la prima volta nel 1975 su La Stampa e in seguito pubblicato anche in volume, questa sua “materia saggistica che assume i modi del racconto” ripercorre la vita, la scomparsa e le ipotesi fatte sulla prematura – presunta – dipartita dell’accademico italiano, definito dal suo collega Enrico Fermi, entrambi giovani fisici dei Ragazzi di Via Panisperna, al pari di Galilei e Newton.



Ma chi era Ettore Majorana prima di diventare uno scomparso? Al contrario dei suoi colleghi di via Panisperna, i quali volevano raggiungere la scienza, Majorana si approcciava alla scienza controvoglia ma, nonostante ciò, la trattava come una funzione vitale: nel 1932, quando Heisenberg pubblicò la teoria sulla struttura del nucleo, Ettore Majorana ne aveva già calcolato sui pacchetti di sigarette Macedonia e ne aveva comunicato i tratti salienti ai suoi colleghi; tuttavia Majorana non è turbato da questa cosa, anzi si sente sollevato, come se Heisenberg gli avesse evitato un sacrificio, poiché in Majorana aveva invece agito un istinto di conservazione per il genere umano.


La sua personalità è descritta come riservata, introversa e con tratti nevrotici – è stata addirittura proposta una diagnosi di autismo – alla quale dobbiamo aggiungere una clausura volontaria tra il 1934 ed il 1937 in cui cresce l’interesse per la filosofia, in particolar modo per Schopenhauer, il quale legittima il suicidio esclusivamente quando si smette persino di volere. Ripercorrendo la cronaca dei giorni in cui si colloca la scomparsa, l’ipotesi del suicidio è la più probabile: la sera di quel venerdì 25 marzo Majorana si imbarca sul traghetto da Napoli in direzione Palermo lasciando delle lettere in cui farebbe presagire la sua scomparsa. Arrivato a Palermo, tuttavia, cambia idea e scrive di ignorare le lettere lasciate e comunica che sarà di ritorno a Napoli l’indomani e che lascerà la cattedra dell’Università di Napoli, ottenuta per meriti. Il fisico non farà ritorno a Napoli: nella camera dove alloggiava si trova questa lettera alla famiglia in cui scrive “ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma non per più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”.



Suicidio o fuga volontaria dal mondo e dal destino che Majorana può aver letto nel futuro della scienza? Questo interrogativo sveglia lo spirito da “investigatore di Dio” di Sciascia che lo porta a scrivere questa contro-indagine nella quale si interroga sulle congetture fatte a riguardo, facendone anche di proprie. Prima di tutto, Sciascia esclude l’ipotesi del suicidio che, agli occhi degli inquirenti, sembra l’unica soluzione accettabile per classificare il caso come scomparsa con proposito di suicidio avente come ragione la pazzia. La pazzia non c’entra: lo stesso Enrico Fermi scrive al senatore Giovanni Gentile e allo stesso Mussolini per intensificare le ricerche ma, con la pubblicazione del Manifesto della Razza, il regime non è ben disposto ad ascoltare un uomo sposato con una donna ebrea e che si prepara per emigrare dopo aver ricevuto il Nobel senza fare il saluto romano. Edoardo Amaldi, uno dei ragazzi di via Panisperna, affermava che Majorana prediligesse Shakespeare e Pirandello: il fisico, come Mattia Pascal e Vitangelo Moscarda, potrebbe essersi affidato non alla morte quanto ad una condizione postuma da realizzare in vita, mettendo in scena la sua scomparsa dal mondo. In questo modo Majorana si rende invisibile agli altri – scrive Sciascia:


«Preparandosi a “una” morte o “alla” morte, preparandosi a una condizione in cui dimenticare, dimenticarsi ed essere dimenticato, preparando dunque la propria scomparsa, organizzandola, calcolandola, crediamo baluginasse in Majorana – in contraddizione, in controparte, in contrappunto – la coscienza che i dati della sua breve vita, messi in relazione al mistero della sua scomparsa, potessero costituirsi in mito».


Tutto per non assumere il carico degli interrogativi angoscianti della scienza che stava emergendo. In un mondo dominato dalla menzogna, la letteratura è parsa a Sciascia l’unica in grado di dire la verità: lo scrittore si reca a visitare la Certosa di Serra San Bruno, dove si dice che tra i padri in meditazione si trovasse “un grande scienziato”. Oltre a Majorana, pare che in quella Certosa abbia trovato rifugio un membro dell’equipaggio del B-29, responsabile di aver sganciato la bomba su Hiroshima.


Articolo a cura di: Claudia Crescenzi



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