Delitto in vasca: la morte di Marat

Se questa fosse una scena del crimine tratta da un film di Hitchock avrebbe come ambientazione Parigi durante gli anni della Rivoluzione Francese.



La vittima è Jean Paul Marat, medico dedito alla politica, tant’è che divenne deputato della Convenzione e Presidente del club dei Giacobini; venne descritto come un sanguinario che andava alla ricerca dei Girondini per poi mandarli alla ghigliottina, concezione opposta rispetto a quella data in seguito alla realizzazione dell’opera, dove venne idealizzato come martire della causa rivoluzionaria.


Il pittore Jacques Louis David, amico della vittima, compie un primo gesto di mistificazione della storia, in quanto dipinge eliminando tutti gli elementi, ritenuti superflui, presenti nella realtà, quali ad esempio una cartina geografica della Francia e due pistole fissate sul muro.

In primo piano è presente una cassa in legno grezzo con una dedica: «A Marat, David. 1793. L’an Deux». (A Marat, David. 1793. L’anno secondo). Il busto del martire rivoluzionario emerge dalla vasca nascosta da un lenzuolo bianco, contrapposto al tessuto verde che riveste la tavola usata da Marat come scrittoio. La mano destra stringe una penna, a testimoniare la sua attività di giornalista, nell’altra mano, invece, c’è una lettera, dove sono tracciate le parole: “13 luglio 1793. Marie Anne Charlotte Corday al cittadino Marat. Basta che io sia tanto infelice per aver diritto alla vostra benevolenza”. Proprio da questa lettera insanguinata si possono dedurre gli indizi con cui possiamo ricostruire le dinamiche dell’omicidio: la data, il nome dell’assassina Marie Anne Charlotte Corday d’Armont, che gli aveva scritto perché si trovava in uno stato di difficoltà, così da esaltare l’animo magnanimo della vittima. L’indizio fondamentale resta l’arma del delitto, in basso a destra, un coltello sporco di sangue, contrapposto nettamente alla penna, simbolo della vittoria dell’intelligenza sulla forza.

In realtà, la lettera ritratta non è quella ricevuta dalla vittima: la storia ci racconta che Anne Marie Charlotte, membro del Club dei Girondini, gli consegnò una lettera in cui prometteva, mentendo, le teste dei traditori da far decapitare. Così, Marat illudendosi di ciò, la fece entrare nel suo studio dove la donna gli sferrò il colpo, che si rivelò fatale.

Il dipinto non affascinò solo la gente più comune, ma anche numerosi artisti come Edvard Munch e Pablo Picasso, entrambi autori di una propria versione dell’assassinio di Marat, ed esponenti della letteratura quali Stendhal e Baudelaire, che ritenne la tela un «poema inconsueto» descrivendolo con queste parole:


«Questo è il pane dei forti ed il trionfo dello spiritualismo; crudele come la natura, questo dipinto ha il profumo tutto dell’ideale. Quale era dunque la bruttezza che la santa Morte lo ha così prontamente cancellata con la punta della sua ala? Marat può ormai sfidare Apollo, la Morte lo ha ora baciato con labbra amorose, e lui riposa nella quiete della sua metamorfosi. Vi è in questa opera alcunché nel contempo di tenero e pungente; nell’aria fredda di questa camera, su questi muri freddi, intorno a questa fredda e funebre vasca da bagno, si libra un’anima»


Articolo a cura di: Giada Toppan




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