David Bowie tra finzione e realtà

«Bisogna fare della propria vita come si fa un'opera d'arte. Bisogna che la vita d'un uomo d'intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui» diceva D’Annunzio.


L’esteta intransigente è colui che coltiva il culto del bello e del piacere di godere grazie ad esso; D’Annunzio, uno dei padri della corrente novecentesca, ne fu il portavoce e insieme agli altri dandy passò il testimone ai suoi seguaci fino a farlo arrivare ai tempi nostri. Oggi in mano ad un grande artista, un eccentrico autore trasgressivo che partorì da un solo stile diversi personaggi, i suoi alter-ego. Sì, stiamo parlando di David Bowie. È il fondatore del glam rock, genere che prende il nome dall’aggettivo “Glamour”, il quale descrive un abbigliamento vistoso e colorato che caratterizza gli esponenti del genere, totalmente in contrapposizione all’eccessiva serietà della società inglese dei primi anni '70.


Ma facciamo un passo indietro.


David Robert Jones, prima di diventare Bowie, pubblica canzoni ed è un membro dei Kon-rads, dei King Bees, dei Manish Boys e dei Lower Third sotto il nome di Davy Jones. Una volta ribattezzatosi David Bowie, pubblica col suo nuovo gruppo, i The Buzz, il singolo "Can’t Help Thinking About Me/And I Say To Myself". Sin da questo periodo, negli anni della Swinging London, Bowie si sente insofferente rispetto alle pretese di autenticità del rock, vista la sua aspirazione ad un’arte che potesse porsi come puro elogio dell’artificio.


Nel 1967 avviene un incontro fondamentale per il suo sviluppo artistico: David conosce Lindsay Kemp, celebre mimo scozzese che lo istruì in senso teatrale e lo introdusse alla cultura queer di quegli anni.


Dopo questo incontro Bowie inizia la sua carriera solista, durante la quale il manager Kenneth Pitt gli suggerisce il cognome Bowie (preso dal coltello "bowie-knife") per evitare di essere confuso con Davey Jones dei Monkees, nello stesso periodo in cui incide il primo della lunga serie di pezzi che saranno i capolavori della sua carriera: Space Oddity.


Importante nella produzione di Bowie è la trilogia berlinese, una delle fasi più sperimentali della sua produzione, periodo che influenzerà con un peso non indifferente le generazioni successive, contribuendo moltissimo a plasmare soprattutto quella che oggi definiamo la "New Wave". I dischi prodotti dal cantautore britannico in questo periodo, compresi i due album di Iggy Pop da lui stesso prodotti, si possono includere nella stessa New Wave, anche se considerabili come i primi suoni di quel genere: fra i tre dischi di Bowie "Low" è quello in cui si sentirà gran parte della new wave vicina all’elettronica, ad esempio gruppi come gli Ultravox, i quali, senza il Bowie sperimentalista, non sarebbero mai potuti esistere. In realtà, lo stesso periodo glam di Bowie ha influenzato la new wave in generale: basti pensare ai Bauhaus, che hanno rielaborato in chiave totalmente originale lo stile glam. A livello tecnico, a dirla tutta, Bowie ha una voce particolare: allo stesso tempo non ha i limiti nelle corde vocali, come il suo collega Young, ma non possiede una grande estensione, così come Bob Dylan o Lou Reed. Però, proprio come gli altri due, Bowie è riuscito in ogni caso a sfruttare al massimo la sua voce dal punto di vista dell'espressione, trasmettendo non le semplici emozioni, bensì rappresentazioni di quelle emozioni. Oltre a questo suo slancio espressivo, il canto di Bowie ha comunque dei tratti personali tutti originali che variano da periodo a periodo: ad esempio si può notare uno stile molto teatrale e melò durante il suo periodo glam, mentre si ha sempre uno stile altrettanto teatrale, ma più ghiacciato durante il periodo berlinese.


E i suoi personaggi invece? Da dove vengono?


Andy Warhol è l’artista (pittore, attore, fotografo, regista) da cui il Duca Bianco trae la sua ispirazione; la sua trasgressione degli schemi sottolineata dai tratti distintivi, ben visibili, che conferisce ai suoi personaggi e dalla sua ossessione per il look, come d’altronde rientra nell’ottica di entrambi, in un mix che mescola lo stile di strada e il glamour. Solo nel 1971 però, dopo il primo incontro tra i due, Bowie elaborerà una fusione personale con il frutto del proprio lavoro. Arriverà a vestire i panni dei personaggi portando il loro realismo a livelli esponenziali, tuttavia è Ziggy Stardust l’apice della scena, il brano e l’autore stesso, non sono parole, ma forma, e quindi la trasformazione dell’artista in un prodotto nuovo. Ma chi sono questi volti che hanno ereditato la voce di Bowie e che si sono insediati nella sua vita? Vediamone alcuni.


Ziggy Stardust: è il primo, l’icona bisessuale dai lunghi stivali rossi, che provoca con il suo portamento le convenzioni sociali, fuoriesce dalle linee trattando temi scomodi come la droga, la politica e appunto l’orientamento sessuale. Tanto che l’album da cui emerge “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” del 1972 ancora oggi è considerato un colosso che rimarrà nella storia.


Il Duca Bianco: legato all’album “Station to Station” del 1976 è l’incarnazione dell’uomo tormentato, dà forma agli anni in cui Bowie lottò tra stress e tossicodipendenze – di cui parlò solo in seguito – dovendo spiegare il look da zombie immortale e le sue affermazioni fasciste, tendenti al nazismo. Il duca portava i capelli platino, spesso una camicia bianca e dei pantaloni neri abbinati al panciotto.


Jareth, il re dei Goblin: uno dei suoi personaggi più riusciti a livello cinematografico. Come dimenticare il film “Labirinto” del 1986 diretto da Jim Herson, dove attraverso giochi di magia sfere che roteano, tranelli e musica si aggrovigliano dando luce allo scenario perfetto dentro le mura del labirinto, il cui sovrano indiscusso è l’unico essere umano (dallo stile gotico) del regno, capace di mutare forma. Ve la ricordate la maschera usata da Bowie nella scena del ballo? Alla prima dello spettacolo alcuni bambini furono invitati a conoscere il re dei Goblin, tra questi vi era un bambino affetto da autismo che mostrò di sentirsi molto a disagio, allora Bowie gli porse la maschera rassicurandolo:


«Ho sempre paura, proprio come te. Ma indosso questa maschera ogni singolo giorno. Non toglie la paura, ma mi fa sentire un po’ ‘meglio. Mi sento abbastanza coraggioso allora per affrontare il mondo intero e tutte le persone. E ora lo farai anche tu».

Come dimenticare poi Aladdin Sane, ispirato al fratellastro schizofrenico da cui appunto prende il nome “giovane pazzo” (A Lad Insane). O Il profeta cieco, Blackstar (2016), che preannuncia la sua stessa morte.


Articolo a cura di: Matilda Balboni e Claudia Crescenzi



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