Così ho messo tutto a posto. Sulla pagina, almeno. Dentro di me tutto resta come prima

Il mestiere dello scrittore è uno di quelli che vengono più idealizzati nell’ideale comune: se si chiede ad una qualsiasi persona come si immagina uno scrittore al lavoro, questa vi risponderà che lo immagina rinchiuso nella propria stanza piena zeppa di libri, seduto davanti alla sua scrivania in legno posizionata di fronte alla finestra e con lo sguardo perso al di fuori di essa, alla ricerca dell’ispirazione che, proveniente da una cosa apparentemente banale apparsa davanti agli occhi o nella mente in seguito ad un pensiero, si palesa come la lampadina dei fumetti e lo scrittore inizia voracemente a comporre la propria opera, la quale risulta scritta correttamente alla prima stesura.


Bisogna necessariamente rompere questo stereotipo: nulla di tutto ciò accade, almeno non tutte queste cose insieme. Spesso le idee vengono mentre si è in giro e si ha a portata di mano solamente il blocco note del cellulare per segnarsele, oppure più si guarda fuori dalla finestra più ci si distrae dallo scrivere; è raro – se non quasi un miracolo – che uno scritto riesca perfettamente quando lo si scrive di getto, non perché non esistano persone in grado di farlo ma perché, certe volte, nemmeno lo scrittore sa quello che vuole trasmettere con quello che scrive – o si chiede se sia capace di farlo.



Sui problemi del caos della narrazione e sul suo destino scrive in molte delle sue opere Italo Calvino, intellettuale impegnato tra i più importanti narratori del Novecento: nella terza fase della sua produzione si dedica alle fiabe fantascientifiche e alla letteratura combinatoria, affrontando temi che vanno dalle nuove tecnologie e nuovi media alla concezione della letteratura come “gioco combinatorio”, attività di laboratorio nella quale la struttura della narrazione è chiara al lettore, narrazione efficace nel costruire romanzi pieni di artificio. In questa fase, infatti, lo scrittore giunge alla conclusione che l’universo linguistico ha rimpiazzato quello reale e che nel romanzo è possibile giocare con tutte le combinazioni di parole artificiosamente possibili, tutto sulla falsa riga della Neoavanguardia ma con un linguaggio semplice e comprensibile. Ne Il Castello dei Destini Incrociati, una raccolta di dodici racconti brevi la cui morale risulta in una critica della società moderna e del ruolo dell’intellettuale-testimone, Calvino non si riduce semplicemente a narrare le storie ma dà al lettore la possibilità di vedere le cose dal punto di vista dell’autore, lo fa sedere accanto a lui e lo coinvolge nei processi di scelta e costruzione dell’opera.



Nel compiere questa operazione, l’autore diventa però impotente a causa di un numero eccessivamente grande di possibilità narrative osservate attraverso il punto di vista del personaggio senza poter prevenire gli sviluppi dell’intreccio finché non arriva il suo turno. Nell’ultimo caso, l’autore-personaggio tenta di dire la sua attraverso i tarocchi finora utilizzati dagli altri personaggi ma, una volta concluso il suo racconto, egli è assalito dai dubbi e decide di mettere in ordine quello che ha scritto, iniziando col sottolineare gli elementi davvero importanti; concluso il processo, l’autore-personaggio chiude il capitolo con “Così ho messo tutto a posto. Sulla pagina, almeno. Dentro di me tutto resta come prima”. L’essere testimone, osservatore e redattore dei fatti umani non è affatto una posizione semplice e lineare, ma non per questo bisogna smettere di trasmettere.


Articolo a cura di: Claudia Crescenzi



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