Chiedi alla polvere

“Chiedi alla polvere” non è un libro conosciuto da tutti. Potremmo dire, senza timore di sbagliarci, che il successo dell’autore, John Fante, è stato quasi postumo, a circa cinque anni dalla morte, e la sua riscoperta si deve soprattutto a Charles Bukowski. Bukowski infatti lesse casualmente questo libro in biblioteca e ne rimase talmente folgorato da convincere il suo editore a ripubblicarne l’intera opera. Dopo aver letto quello che è considerato il suo capolavoro, “Chiedi alla polvere”, non posso che ringraziare Bukowski per aver fatto riscoprire John Fante al grande pubblico.


Questo libro è un piccolo gioiello. Non solo è scorrevole e scritto con acuta ironia, ma soprattutto presenta, a mio parere, uno dei protagonisti più memorabili di sempre: Arturo Bandini, l’alter ego dello stesso John Fante. A questo personaggio l’autore dedicherà anche “Aspetta primavera, Bandini”, “La strada per Los Angeles” e “Sogni di Bunker Hill”.



Tuttavia è su “Chiedi alla polvere” che voglio soffermarmi. Descriverò in breve la trama. Arturo Bandini ha 20 anni, è un immigrato italiano e aspirante scrittore. Si è trasferito dal Colorado a Los Angeles in cerca di fortuna e vive in un hotel a Bunker Hill. Un giorno in un bar incontra una cameriera, Camilla Lopez, e si innamora di lei. Fin qui non ci sarebbe niente di speciale; non è la trama in sé che rende il libro interessante, quanto vedere Arturo vivere le varie esperienze che gli si presentano (il successo come scrittore, la religione, il sesso, l’amore) in modo mai narrato prima. Arturo Bandini è l’opposto di un personaggio coerente, ottocentesco se preferite, uno di quelli rassicuranti, caratterizzati una volta per tutte. Arturo è tutto e il contrario di tutto, fa una cosa e il secondo dopo se ne è già pentito, vorrebbe conquistare Camilla e farle complimenti e invece la ricopre di insulti e la discrimina perché è messicana; è povero, ma appena ha un po’ di soldi li spende per oggetti che non userà mai, per vestiti che non indosserà, perché sono vestiti da ricchi e non lo rispecchiano. Può convincersi di essere quello che non è, ma alla fine resterà sempre un emarginato, isolato perché straniero. È lui il primo ad aver subito discriminazioni perché era italiano, eppure anche lui lo fa con Camilla.


«Per loro ero Wop, Dago o Greaser e anche i loro bambini mi insultavano, come io ho insultato te, stasera. (…) Ho vomitato sui loro giornali, ho letto sui loro libri, studiato le loro abitudini, mangiato il loro cibo, desiderato le loro donne, ammirato la loro arte. Ma sono povero, il mio nome termina con una vocale dolce e loro odiano me, mio padre e il padre di mio padre. (…) E se ti chiamo indiana non è il mio cuore che parla, ma il ricordo di una vecchia ferita, e io mi vergogno della cosa tremenda che faccio.»

Anche la stessa Camilla discrimina gli altri per via della loro etnia.


«In strada, i ragazzini giapponesi erano impegnati in una vera partita. Erano tutti sotto i sedici anni. (…) Mi domandò dove stessi andando. - A giocare un po’-. Era indignata. - Con quei musi gialli?»



Il razzismo è uno dei temi centrali di questo romanzo, e tutti i personaggi ne vengono travolti; ma, come dicevo, Arturo è un personaggio contradditorio in tutti gli aspetti della vita, e uno fra i più importanti è la religione. I momenti in cui il protagonista riflette sulla religione e sulla fede sono fra i più comici del romanzo, proprio perché Arturo cambia idea da una pagina all’altra. Sostiene di essere ateo e si vanta di aver letto Nietzsche, ma se ha bisogno di qualcosa va in chiesa a pregare.


«Dio onnipotente, voglio essere onesto. Ti farò una proposta. Fai di me un grande scrittore e io tornerò alla Chiesa. A proposito, Signore, devo chiederti un altro favore: fa’ in modo che mia madre sia felice. Amen.»


La religione, per quanto lui tenti di negarlo, ha un peso non indifferente nella sua vita, in senso negativo. Innanzitutto lo blocca nella sfera sessuale, vissuta come un peccato mortale, tanto che in una scena (similissima ad una presente ne “Il giovane Holden”) Arturo tenta di avere un rapporto con una prostituta ma alla fine non ci riesce, anche se la paga ugualmente, e più del dovuto (soldi inviati da sua madre e che gli servivano per pagarsi da mangiare).


«Quella volta tutto si era risolto in un disastro, perché non avevo smesso un attimo di pensare alla beata vergine e al nono comandamento non commettere adulterio, tanto che la ragazza, che ci si era impegnata a fondo, aveva finito per rinunciarci.»


Non solo: quando ad un certo punto nel libro c’è un terremoto Arturo è convinto che sia colpa sua, un castigo divino per i peccati di adulterio che lui ha commesso. Una catastrofe naturale viene invece percepita come un invito a cambiare vita. Tragico e comico si mescolano in questo libro come mai era successo prima e fanno di John Fante uno degli autori americani che bisogna assolutamente riscoprire.


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Articolo a cura di: Maria Luisa Da Rold



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