Che cos’è il dono?

Il dizionario insegna che l’atto del donare è qualcosa che nasce spontaneamente senza attendere una contropartita: “Dono è quanto viene dato per una liberalità, per concessione disinteressata o abnegazione, per grazia divina”. E la generosità ha più metri di misura: è cifra della sovrabbondanza quando l’atto del dare si inserisce in un contesto di eccedenza del donante ed è cifra della rinuncia quando consiste nella capacità di fare e dare spazio all’altro. In questo ultimo contesto il dono non è, in sé, la cosa donata, ma il legame tra chi mette a disposizione offrendo e chi riceve.



Facciamo il punto.


La visione dell’uomo come essere utilitarista che agisce per un fine calcolato secondo interessi propri è sicuramente di Adam Smith. Egli, nella sua Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, sostiene che nell’uomo vi è “una particolare inclinazione a trafficare, a barattare e a scambiare una cosa con un’altra. […] Dammi la tal cosa di cui ho bisogno e te ne darò un’altra di cui hai bisogno tu” (ISEDI, Milano 1973, p. 17). Stando a questa teoria la natura dell’uomo vedrebbe una propensione innata al baratto, allo scambio commerciale, al contratto: il dono diventa inevitabilmente il mezzo per ottenere una contropartita. Sottesa l’idea dell’individuo quale essere innanzitutto calcolatore: l’uomo, soggetto razionale e interessato agisce in virtù di un calcolo che gli permette, per il tramite degli oggetti, il raggiungimento di fini individualisti. Ecco che la merce si eleva a categoria di pensiero, diviene la chiave di comprensione del mondo.


Marcel Mauss nel suo Essai sur le don è colui che più di altri riflette sul senso del dono nelle società arcaiche e primitive. Sulla scia degli studi dei colleghi antropologi Boas sul rituale del potlac e Malinowski sul Kula, arriva a formulare una tesi, divenuta la base economico antropologica dello scambio: il dono si inserisce in un contesto dapprima sociale quale gesto di spontanea liberalità e crea successivamente -con la circolazione delle cose- un vincolo di obbligatorietà tra i membri della società. Il dono è libero e, al contempo, costrittivo: è “dare, ricevere e ricambiare”, è un gesto unilaterale che aziona un susseguirsi di vincoli e presuppone reciproche prestazioni creando un legame sociale prima e obbligatorio poi. E l’alternanza di dare, ricevere e ricambiare muove sul tessuto sociale un andirivieni di passaggi, cosicché quel legame da biunivoco si fa più vasto per divenire infine relazione anche economico-commerciale. Lo stesso Mauss sottolinea come il dono sia il mezzo di congiunzione tra gli individui e canale per l’instaurarsi di un legame sentimentale: “Le anime si confondono con le cose; le cose si confondono con le anime. Le vite si mescolano tra loro ed ecco come le persone e le cose, confuse insieme, escono ciascuna dalla propria sfera e si confondono: il che non è altro che il contratto e lo scambio”. In questo senso la società viene disegnata in forma aperta: vi sono soggetti liberi e pensanti in modo differente, vi è il dono e vi è la mercanzia, vi è il gesto di spontaneità e il bisogno dell’utile. Ne esce che la persona è funzionale all’oggetto e non viceversa e che ciò che circola è al servizio costruttivo del legame.


Adam Smith e Marcel Mauss, pur intendo il dono come oggetto che divide il primo, e che relaziona il secondo, muovono le loro teorie da uno stesso fondamento: il dono è una costruzione umana che permette la circolazione di cose e legami e che - fuori da ogni retorica - custodisce in sé l’ambivalenza del nesso indissolubile dono-inganno.


Quindi, a voler cercare un diverso e più intimo significato del concetto del dono, si dovrebbe percorrere una terza via, non più esterna all’uomo bensì che poggi su un suo più intrinseco presupposto. E qui la filosofia antica, quale arte della ricerca della verità, potrebbe dare qualche spunto. Nell’Apologia di Socrate di Platone, il filosofo ateniese -per difendersi dall’accusa di corrompere i giovani e non venerare gli dèi- rivendica il ruolo della sua filosofia affermando di essere per la città di Atene “il dono del dio” (Apologia 30d-31c). Socrate dona alla città e ai giovani la sua vocazione dell’ars maieutica e offre il suo continuo e insistente impegno per la ricerca di quella verità che illumini le menti e apra gli spiriti. In questo senso la rinuncia della libertà con l’accettazione della condanna a morte sono il segno tangibile di un donare disinteressato, di una dedizione che non vuole compromessi, di una posta in gioco che va oltre ogni profitto umano. Qui il filosofo è il beneficiario di un dono che non è esterno all’uomo e non ha creazioni funzionali; forse deriva dagli dèi, forse è connaturato tra i meandri di un io in continuo divenire, forse è la parte primordiale dell’uomo: è quell’invisibile che c’è e che dai tempi della creazione accompagna l’uomo tra le epoche.


Articolo a cura di: Lisa Bevilacqua



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