Carpe diem: quello di cui nessuno ha mai parlato

Ci troviamo di fronte ad uno dei componimenti più conosciuti, studiati, analizzati e apprezzati, di tutta la letteratura latina. Parliamo dell’undicesimo componimento del libro I delle “Odi” di Orazio.



Il testo in questione è più comunemente conosciuto come il “Carpe diem”; inutile provare a dare una traduzione precisa di queste due parole. Ritengo che il miglior modo per portare alla luce il significato dell’estratto, sia quello di tradurlo con l’accezione che la cultura filosofica popolare gli ha dato oramai da tempo: “Cogli l’attimo”.


Vorrei però, in questo articolo, porre l’attenzione sull’errato significato che viene attribuito a questa frase: quante volte ci siamo sentiti dire, o abbiamo noi stesso detto, “carpe diem”, cercando di convincere una persona a non crucciarsi su cose che appartengono al futuro, o provando ad esortare qualcuno nel compiere qualcosa, di cui non è propriamente convinto? Qui sta l’errore.


Bisogna specificare la matrice dalla quale Orazio ha tratto spunto per produrre la sua ode, perché chiaramente l’influenza dell’epicureismo è sostanziale in tutta la produzione oraziana. L’epicureismo è la massima espressione del pensiero edonistico nella filosofia antica, anche se si tratta di un godimento dei piaceri orientato dalla ragione e dalla scelta di piaceri esclusivamente naturali e che possano condurre l’uomo in una dimensione di pace, di “atarassìa”, come è definita in greco, ovvero “imperturbabilità”.


Dunque l’invito di Orazio, non è come pensiamo, quello di godere subito di tutto ciò che abbiamo a disposizione, o di compiere qualcosa adesso, perché l’occasione potrebbe non ripresentarsi in un futuro incerto. Il pensiero che qui si esprime è molto più profondo. All’insegna degli ideali di “metriòtes” (la giusta misura) e dell’”autàrkeia” (l’autosuffcienza), Orazio spiega come sia inutile guardare con lo spirito crucciato, al futuro, che ad ogni modo non ci è concesso conoscere. Orazio esprime questa impossibilità con le parole “scire nefas”, ovvero “non è lecito sapere”, ma al giorno d’oggi quest’idea potrebbe essere resa migliore dalla costatazione dell’incostanza dei tempi. Ora come non mai, immersi in una pandemia, ci possiamo rendere conto di come non siamo capaci di prevedere ciò cha avverrà il giorno dopo.


Quindi cosa ci rimane da fare? Rimane da condurre la nostra vita, in maniera semplice e ponderata, nello svilupparsi del presente. Non dobbiamo dunque godere di tutti i piaceri che abbiamo a portata di mano, o fare cose che non potremmo fare con l’avanzare dell’età, ma semplicemente vivere, all’insegna della virtù e della morigeratezza. D’altronde non è stando lontani dalle passioni, che evitiamo delusioni e tristezze? Questo insegna Epicuro e questo Orazio riporta nella sua opera. Non si può negare che oggi il “carpe diem” sia entrato a far parte del vero e proprio “sermo quotidianus”, del linguaggio popolare; purtroppo esso però viene spesso utilizzato nel significato, direi, quasi opposto.


Per concludere, una domanda che lascio a voi lettori: è possibile condurre una vita, degna di essere chiamata tale, una vita dunque che sappia di vissuto e non di “sopravvivenza”, senza che essa entri in contatto con le passioni?


Articolo a cura di: Marco Mariani



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