Capaci, 29 anni dopo

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.”


- Giovanni Falcone


Il 23 maggio ricorre l’anniversario di uno dei momenti che più hanno scosso la politica e le coscienze: a Capaci, nei pressi di Palermo, sull’autostrada A29, viene fatto detonare un ordigno che uccise il giudice Giovanni Falcone, insieme a sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della sua scorta.



Falcone, già magistrato presso il Tribunale di Palermo, nel 1980 iniziò a lavorare a quello che sarà il progetto a cui dedicherà la sua vita: l’inchiesta riguardante una serie di traffici di droga fra gli Stati Uniti e l’Italia e il riciclaggio di denaro derivante da essi. Falcone indagò sul costruttore edile Rosario Spatola, in contatto con diverse famiglie mafiose newyorkesi, il quale fu arrestato a seguito di questa inchiesta. Questa fu la prima delle inchieste di mafia a cui Falcone, insieme al suo collaboratore di una vita e amico Paolo Borsellino, lavorò, andando a smascherare quella organizzazione che teneva in scacco la Sicilia e non solo, ovvero Cosa Nostra.


Le indagini di Falcone, insieme all’esigenza di combattere la mafia in modo sempre più determinato e agli attentati subiti in passato da altri magistrati, portarono alla creazione nel 1984 del cosiddetto pool antimafia, che si sarebbe occupato solo ed esclusivamente dei casi di mafia con quattro magistrati in collaborazione fra loro. L’evento che più di tutti contribuì a rafforzare l’azione del pool fu l’arresto e la collaborazione con la giustizia di Tommaso Buscetta, il primo pentito di mafia, le cui dichiarazioni furono fondamentali per svelare il ruolo operato da Cosa Nostra e i suoi modus operandi. Il lavoro del pool ottenne i suoi maggiori risultati nel maxiprocesso di Palermo, il primo processo contro la mafia, dove lo Stato si costituiva in maniera diretta contro le organizzazioni mafiose dopo averne tacitamente accettato la presenza e, talvolta, averci collaborato. Gli imputati erano più di quattrocento: il processo si chiuse con 19 ergastoli e altre pene per un totale di più di duemila anni di reclusione.


Il maxiprocesso si svolse in un periodo nel quale la vita stessa dei magistrati era in pericolo: Rocco Chinnici, l’ideatore stesso del pool antimafia, fu assassinato da Cosa Nostra nel 1983 con una carica esplosiva all’interno della sua auto. Per questo motivo durante la stesura del materiale da cui sarebbe scaturito il maxiprocesso Falcone e Borsellino, con le rispettive famiglie, si trasferirono e lavorarono all’interno dell’ex carcere dell’Asinara, in Sardegna. Quella dell’attentato era una spada di Damocle che pendeva continuamente sopra le teste dei magistrati, dei collaboratori di giustizia, delle forze dell’ordine, di chiunque insomma sfidasse apertamente quella organizzazione capillare che aveva messo radici estremamente profonde nel tessuto sociale e istituzionale della Sicilia. Dagli anni ’70 agli anni ’90 sono stati commessi più di 150 attentati da parte di Cosa Nostra, ai danni sia di persone esterne che di membri appartenenti all’organizzazione stessa (Tommaso Buscetta divenne collaboratore di giustizia proprio a causa degli omicidi compiuti contro la sua famiglia).



Falcone non fu esente da questi attentati, anche prima di quello che ne provocò la morte: nel giugno dell’89 venne trovata una bomba nella villetta per le vacanze nella località di Addaura, dove Falcone soggiornava, che fortunatamente non esplose per via di un malfunzionamento tecnico. Ormai il giudice si era reso uno dei nemici più potenti di Cosa Nostra e aveva attirato su di sé non solo le ire della mafia, ma anche di alcuni esponenti politici, come l’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che lo accusò di aver occultato dei documenti su alcuni delitti e addirittura di essere stato lui stesso a mettere la bomba per manie di protagonismo.


Falcone stesso ormai sapeva di essere in pericolo: gli omicidi di stampo mafioso si moltiplicavano in frequenza e intensità ed era chiaro che puntassero a colui che aveva avuto il ruolo più importante nella strategia antimafia. Lui stesso dichiarò di sentirsi in pericolo, con il sospetto costante di diventare l’ennesima vittima della mafia che diventava una certezza. Come sappiamo tutti, quei sospetti si rivelarono fondati. Il 23 maggio 1992 Falcone fu assassinato, e il 19 luglio dello stesso anno la medesima sorte toccò all’amico e collega Borsellino.


Se c’è qualcosa che ancora possiamo imparare da questo evento, rimasto indelebile nella memoria collettiva italiana, è che l’ingiustizia, per quanto invincibile possa sembrare, deve essere combattuta con tutte le forze a nostra disposizione, consapevoli che il sacrificio di queste persone non è e non sarà mai vano se tutti noi continueremo a portare avanti i valori per i quali diedero la propria vita.


Articolo a cura di: Elisa Matta



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