Camus e il senso dell’assurdo

“Lo straniero”, capolavoro della letteratura novecentesca, ha meno di duecento pagine; si potrebbe leggere in un giorno. Eppure (a ulteriore dimostrazione che la lunghezza di un libro non c’entra nulla con la sua qualità) per anni interi il suo messaggio e la sua profondità riecheggerebbero dentro di noi, facendoci scoprire ogni volta nuovi significati.


Il romanzo di Albert Camus (Nobel per la letteratura nel 1957) si apre con uno degli incipit più belli e spiazzanti che io abbia mai letto.


Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Non significa niente. Forse è stato ieri.



Bastano tre righe, di un’asciuttezza e una semplicità straordinaria, per capire tantissime cose. La prima fra tutte è che il protagonista, Mersault, è un personaggio apatico, passivo, un inetto, estraneo a qualsiasi sentimento. È appena morta sua madre e lui non ha la minima reazione; d’altronde, scopriamo poco dopo, non la vedeva da più di un anno, perché andare all’ospizio “gli portava via tutta la domenica, senza contare lo sforzo di andare fino alla fermata, comprare i biglietti e fare due ore di viaggio”. In seguito aggiunge che non si ricorda nemmeno di preciso quanti anni avesse.


Mersault è un uomo che subisce la vita, è l’antieroe per eccellenza: in lui nessuno vorrebbe identificarsi. Parla poco, solo se è obbligato, e spesso si limita ad annuire. Non prende decisioni, non protesta, non si arrabbia. Gli piace una ragazza, Marie, ma quando lei gli chiede se la ama risponde che non significa niente, ma che gli sembra di no.


La loro relazione, se così si può chiamare, è l’esatto opposto dell’idea di amore romantico e passionale a cui tutti siamo abituati e che ci aspettiamo in un romanzo.


A questo punto, sembrerebbe quasi che la trama non abbia possibilità di evolvere. Cosa può succedere, a un personaggio del genere?


Ecco, succedere è effettivamente il verbo giusto. Perché Mersault uccide un uomo, ma anche qui non per sua volontà, quasi per caso. Ancora una volta è qualcosa che gli capita, non qualcosa che sceglie.


Questo omicidio, con la conseguente incarcerazione di Mersault, divide il romanzo in due parti. Da qui iniziano il processo e le accuse a suo carico, che sono però totalmente assurde, proprio come lo è stato il delitto che ha commesso. Non lo si accusa infatti tanto di aver ucciso un uomo, quanto di non essere adatto a quella società, di essere un uomo insensibile, e come prova contro di lui si testimonia che non ha pianto per la morte della madre. Anche il fatto di avere iniziato la relazione con Marie il giorno dopo il funerale appare come un’ulteriore prova contro di lui.


Il procuratore si è alzato e tendendo l’indice verso di me ha scandito lentamente: “Signori giurati, all’indomani della morte di sua madre, quest’uomo andava al mare, iniziava una relazione irregolare e si faceva quattro risate con un film comico. Non ho altro da dirvi.”


Ma Mersault, ancora una volta, fa il contrario di ciò che ci si aspetta: non tenta di difendersi, non si dichiara mai pentito. Rifiuta il cappellano che cerca di convertirlo, non cerca conforto nella religione. Ed è proprio questa la sua più grande evoluzione: alla fine del romanzo Mersault ha una presa di coscienza, si rende conto dell’assurdità della vita ma la accetta, e quest’accettazione lo rende per la prima volta felice, in pace.


Mi sentivo pronto a rivivere tutto. Quasi che quella grande rabbia mi avesse purgato dal male, svuotato della speranza, di fronte a quella notte carica di segni e di stelle mi aprivo per la prima volta alla tenera indifferenza del mondo. Nel riconoscerlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito di essere stato felice, e di esserlo ancora.



L’estraneità che Mersault ha provato per tutta la vita non scompare, ma muta, diventa qualcos’altro: lucidità, consapevolezza che non ci possono più essere illusioni, ovvero, in altre parole, la totale negazione dell’ottimismo ottocentesco, della fede nella scienza e nel progresso. D’altronde non poteva essere altrimenti, dopo due guerre mondiali, le teorie di Schopenhauer e soprattutto quelle di Nietzsche, filosofo fondamentale per Camus.


Ecco, credo che “Lo straniero” sia un romanzo spettacolare proprio per questo: in cento cinquanta pagine, Camus unisce la letteratura più pura intrisa di una profondissima filosofia.


Articolo a cura di: Maria Luisa Da Rold



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