Call me by your name – arte che genera mercato

Italo Calvino al biasimo di Angelo Guglielmi che con Una notte d’inverno un viaggiatore lo accusa “se pure inconsapevolmente” di aver composto “un’opera di seduzione verso il lettore medio” risponde: Come: inconsapevolmente? (…) non mi dimentico neanche per un minuto, dato che vivo di diritti d'autore, che il lettore è acquirente e che il libro è un oggetto che si vende sul mercato. Chi crede di poter prescindere dall'economicità dell’esistenza e da tutto ciò che essa comporta, non ha mai avuto il mio rispetto.



Nel panorama cinematografico mondiale ci sono film che sembrano costruiti (appositamente) per soddisfare i gusti del pubblico, altri messi in piedi come prodotti per creare guadagno, altri ancora pensati ad hoc per partecipare al circuito dei festival. Sono tutte note negative se si ragiona in un’ottica puramente artistica. Call me by your name di Luca Guadagnino sembra ascrivibile a tutte le categorie sopra elencate, ma nonostante ciò rimane uno dei migliori film italiani degli ultimi anni. A parlare sono le ingenti nomination e i premi vinti (di cui quattro nomination all’Oscar e uno vinto), gli introiti ottenuti sul mercato italiano e su quelli stranieri (per un totale di 41.887.595 dollari nelle 57 settimane in cui è stato presente in sala) e i fiumi di inchiostro versati dalla critica per elogiare la pellicola. La stessa critica che, però, sembra essersi divisa in merito ai giudizi sul film, additato talvolta come un prodotto a cui piace vincere facile, una pellicola furbetta e tornacontista che mette in scena stereotipi e clichés, realizzando con ingenti somme italiane (3 milioni e 200mila euro da parte italiana, di cui due milioni sono arrivati dallo Stato) un prodotto poco italiano.


Ma le cose stanno davvero così?


Il contributo italiano a livello statale e regionale è stato fondamentale per l’effettiva realizzazione del progetto filmico: la collaborazione con la Lombardia Film Commission è stata indispensabile primariamente nell’attività di ricerca delle location in cui girare. Il comune di Crema si è mostrato molto disponibile nell’accogliere le richieste della produzione. Da subito ha partecipato in maniera attiva al progetto stanziando 20.000 euro affinché nei due mesi di maggio e giugno 2016 (periodo nel quale si sono svolte le riprese) si riuscisse a ricreare la perfetta atmosfera dei mesi estivi degli anni ottanta, non tralasciando nessun particolare: rimettendo in circolo autovetture d’epoca, smontando i cartelli stradali moderni, affiggendo le vecchie locandine di propaganda elettorale in modo da restituire a piazza Duomo l’aspetto che doveva avere in quel periodo.


Il ritorno turistico è immediato. Subito dopo l’uscita del film, ma in particolare dopo le vittorie agli Oscar, Crema è stata invasa dai turisti, soprattutto stranieri, desiderosi non solo di vedere le singole location del film, bensì di immergersi completamente nell’esperienza dell’estate anni ottanta nel cremasco; così bar e ristoranti in piazza Duomo cominciano a strabordare di turisti, allo stesso modo gli hotel e i bed&breakfast. Anche il noleggio delle bici è sempre più richiesto. Nascono allora dei veri tour guidati per rivivere l’esperienza del film. Crema diventa inoltre anche meta prediletta per il turismo LGBTQ, aspetto che Lonely Planet, nota casa editrice australiana di guide turistiche, inserisce nell’edizione di luglio 2018, promuovendo il tour organizzato da Quiiky, il primo tour operator LGBTQ in Italia. La città lombarda raggiunge dunque una vetta mai pensata prima di cineturismo che genera un ritorno economico molto maggiore rispetto ai fondi che ha stanziato per la produzione del film, annoverandosi come esempio virtuoso di sostegno pubblico nelle produzioni cinematografiche.


La pellicola funge inoltre da maxi vetrina per un product placement intelligente di prodotti molto in voga negli anni ottanta, alcuni sopravvissuti fino ai giorni nostri: ne sono esempio la birra Peroni di cui si vede la pubblicità nel bar del paese, o l’acqua San Pellegrino presente in più inquadrature ed è inutile dire che le auto di scena sono tutte Fiat, redendo così il film veicolo di lancio per l’esportazione dell’italianità all’estero.


Tirando le somme Call me by your name risulta uno degli esempi più virtuosi tra le produzioni italiane degli ultimi anni in termini di reperimento fondi (pubblici e privati), strategie di marketing e legame col territorio. Ottimo esempio di cooperazione internazionale, il film di Guadagnino è un prodotto pensato per il grande circuito dei festival ma, per rispondere alle critiche, è una pellicola che allo stesso tempo dedica la massima attenzione ai piccoli territori locali diventando grande esempio di italianità esportata all’estero attraverso il product placement e la promozione del territorio, favorendo la creazione autonoma di importanti iniziative culturali e di marketing territoriale grazie al quale l’italianissimo comune di Crema è riuscito a creare una vera e propria brand identity, che fa leva sul territorio, sul turismo e sulla valorizzazione del patrimonio culturale.


Call me by your name è uno dei modelli che meglio risponde all’idea di cinema che lo Stato italiano cerca di portare avanti negli ultimi anni creando un meccanismo di soli vincitori e realizzando un prodotto di interesse culturale di fama mondiale motivo di orgoglio per il Paese.


Articolo a cura di: Sabrina Russo



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