Calabria: l’emblema del fallimento di uno Stato mai diventato grande - EDITORIALE

Aggiornamento: mar 17

«Ciao Lello, come stai?». «Bene calabrone, e tu?». «Non c’è male... a parte la situazione che stiamo vivendo, diciamo tutto a posto». «E senti ciccio! Quest’anno non ci vai in Calabria Saudita? 😂 😂 😂 ». «😅 No quest’anno no, così almeno vieni a trovarci al locale. Un abbraccio, a presto chef». «Ciao calabrone».



Ieri mi ha chiamato! Era tanto che non sentivo lo chef con cui ho avuto il piacere di lavorare per tanti anni in un famoso ristorante toscano. Un mattacchione irriverente. Ma tra il serio ed il faceto ho scoperto dopo qualche tempo che dietro ogni sua battuta, ogni sua colorita metafora, si celava (e si cela) una scomoda verità. Così, tra un pensiero e l’altro, tra uno screenshot ed un copia e incolla, ho cominciato a riflettere e a connettere ciò che stavo leggendo ed archiviando alle battute pungenti del mio interlocutore. Allora apro la galleria fotografica del mio smartphone e comincio a scorrere le immagini appena salvate.

Saverio Cotticelli (commissario alla sanità) «Il piano Covid in Calabria... Oh! avrei dovuto farlo io. Non lo sapevo».

Antonino Spirlì (presidente f.f. della Regione) «Posso dire che sono ignorante sulla situazione?» in risposta a Marco Rizzo che chiedeva cosa avesse fatto il commissario Arcuri per i posti di terapia intensiva in Calabria.


Giuseppe Zuccatelli (commissario incaricato dopo le dimissioni di Cotticelli) «La mascherina non serve ad un c.... per infettarti dovresti baciarmi per 15 minuti».


Antonino Spirlì (presidente f.f. della Regione) «Gino Strada? Non abbiamo bisogno di medici missionari africani...».

Selvaggia Lucarelli (giornalista) «Voglio così bene a Gino Strada che gli consiglio vivamente di tirarsi fuori da questa storia della Calabria perché sarebbero (e sono già) solo beghe, frustrazioni, irriconoscenza e amarezza».

Eugenio Gaudio (commissario incaricato dopo le dimissioni di Zuccatelli) «Mia moglie non ha intenzione di trasferirsi a Catanzaro. Un lavoro del genere va affrontato col il massimo impegno e non ho intenzione di aprire una crisi familiare».


Giorgia Meloni (parlamentare) «La sanità calabrese è allo sbando, totalmente impreparata alla seconda ondata Covid».


Matteo Salvini (parlamentare)

«Alla guida della sanità calabrese bisognerebbe nominare uno specchiato medico calabrese. Ce ne sono a centinaia».

Nicola Zingaretti (parlamentare)

Non pervenuto.

Giuseppe Conte (presidente del consiglio)

«Mi assumo tutta la responsabilità della scelta di Gaudio. Non solo del fatto che la designazione non è andata a buon fine, ma anche delle precedenti nomine».

Elsa Fornero (ex-ministro)

«La sanità calabrese è commissariata da dieci anni, che cosa hanno fatto i commissari e chi doveva controllarli? Sembra una realtà di fronte alla quale si allargano le braccia, la Calabria è parte del nostro paese».

Mi fermo. E mi ritorna in mente una canzone che il mio caro amico chef adorava e della quale amava canticchiarne, davanti alla sua inseparabile griglia in pietra lavica, tra una tagliata di manzo e un filetto all’alpina, il motivetto: «Parole, parole, parole... parole, parole, parole... parole, parole, parole... parole, parole, parole, soltanto parole...».

Da quasi 160 anni non sentiamo altro che parole, oggi più che mai e non solo per la pervasività dei social network ma soprattutto per l’eccelsa ed strema loquacità dei protagonisti contemporanei, spesso adoperata per nascondere quella radicata incapacità di agire, quella riluttanza nel “fare le cose perbene”. La politica, soprattutto quella degli ultimi trent’anni, ha completamente spaccato il paese, lo ha reso più inefficiente abbandonando al loro destino determinate aree della nostra penisola. E se la Prof.ssa Fornero coglie bene questo aspetto, dimentica che anche lei ha fatto parte di quel sistema che ci ha portato ad essere quelli che siamo. Non basta Presidente Conte assumersi le responsabilità, cosa tra l’altro rarissima in questo paese e che Le fa onore, ma occorrono scelte coraggiose, rischiose, fuori dalla logica del clientelismo partitico, causa principale del declino della nostra amata terra.


Le scelte spettano a voi, alla vostra competenza di politici (tutti), alla classe dirigente che meglio di qualsiasi altro cittadino conosce le asperità che si incontrano sulla frastagliata superficie di questo nostro mondo connesso e globalizzato. Ma... mi fermo. Troppe parole. Ripenso al mio amico chef, lo vorrei richiamare per dirgli «magari fossimo la Calabria Saudita almeno avremmo i pozzi di petrolio, i grattaceli...» ma temo una sua risposta, come al solito eclettica ed irriverente, davanti alla mia scarna e senza appeal. Rinuncio. Ma allo stesso tempo mi rincuoro, ammirando gente come Gino Strada che, nel frattempo, ha accettato l’incarico di aiutare la “terra dei Bronzi” con quella “voglia di fare” libera da ogni vincolo ideologico, quel coraggio tipico di chi ha la coscienza a posto e che quindi non teme nessun tipo di frustrazione ed amarezza. Già! Voglia di fare, coraggio e coscienza, il trinomio che probabilmente ogni scienziato suggerirebbe al “Bel Paese” per curare e sconfiggere il virus del masochismo provinciale e clientelare dal quale non ci siamo mai immunizzati.


Antonino Marino



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