Big Fish - Non si può ridurre la vita ad un solo punto di vista

Alla base della terapia narrativa, sviluppata negli anni ’70 e ’80 da Michael White e David Epston, c'è il principio secondo il quale le persone interpretano le esperienze quotidiane dando loro un senso e questo significato può diventare oggetto di una storia, storia che portiamo con noi attraverso la nostra vita. Ma, poiché possiamo interpretare gli eventi in modi diversi, il risultato è che allo stesso tempo sono vissute da ciascuno storie diverse: è quella che scegliamo di raccontare, a noi stessi e agli altri, che plasma il nostro punto di vista sul mondo e su ciò che abbiamo vissuto.



Il film Big Fish – Le storie di una vita incredibile (2003), diretto da Tim Burton e tratto dall'omonimo libro di Daniel Wallace, è un magnifico affresco del potere trasformativo dell'auto-narrazione. Will Bloom, figlio del protagonista, ha un rapporto complicato con il padre Edward per via delle avventure straordinarie che egli sostiene di aver vissuto e che da sempre racconta con estremo orgoglio. Durante la pellicola, ripercorriamo la vita del protagonista ed è difficile separare la realtà dalla fantasia: non è strano che Will senta il genitore così distante, dato l’alone di mistero che lo circonda da sempre. Tuttavia, il finale del film è in un certo senso “ristrutturante”: al funerale di Edward, il figlio vede partecipare tutte le persone descritte dal padre nelle sue storie, sebbene esse siano una versione meno fantastica di quella da lui proposta. È a questo punto che Will comprende il suo amore per la narrazione e per la vita e finalmente capisce che egli non ha mentito: il racconto della sua intera esistenza è una storia enfatizzata ma mai falsa, alternativa ma non artificiale.


Il film, a cui hanno partecipato attori di grande calibro come Elena Bonham Carter e Steve Buscemi, regala atmosfere oniriche indimenticabili, in cui i colori e i personaggi quasi impalpabili confluiscono in un universo del tutto visionario, inverosimile eppure perfettamente coerente.


Persino il titolo, che può apparire banale ad uno spettatore disattento, contiene molteplici sfumature: non è solo polisemico, bensì offre più piani di lettura dell’intera pellicola. Di certo il riferimento più immediato è quello al “grosso pesce” della prima vicenda raccontata da Edward (egli dice infatti di aver pescato, il giorno della nascita di suo figlio, un pesce non solo enorme ma praticamente impossibile da catturare); tuttavia, oltre questa interpretazione superficiale, ce ne sono almeno altre due: Edward, come lui stesso dirà, è un “pesce grosso” nella sua città, per via delle sue capacità fuori dall’ordinario, e la sua finale metamorfosi nel miracoloso e incatturabile grosso pesce da lui stesso narrato all'inizio dona al film una struttura circolare che affascina lo spettatore; infine, come un pescatore che racconta di aver preso all'amo un pesce di grandezza prodigiosa quando la bestia in realtà era di dimensioni ben più ridotte, così Edward fa con la sua storia (letteralmente con l'episodio del pesce imprendibile, metaforicamente con tutto il resto della sua esistenza).


Il confine tra reale e fantasia è probabilmente sfumato anche nella mente dello stesso protagonista. È lecito o no appropriarsi a tal punto della propria storia, tanto da manipolarne la verità? Una tale rielaborazione dei fatti è da considerarsi mentire? Al pubblico l'ardua sentenza.


Articolo a cura di: Alysia Giorgia Voltattorni




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