Bias cognitivi e positività

Ognuno di noi ha vissuto esperienze negative più o meno profonde, tuttavia la psicologia positiva mette in luce un pattern simile fra tutti gli esseri umani, qualcosa di caratterizzante: una certa tendenza alla positività (fatte le dovute eccezioni), che dal punto di vista evolutivo si tradurrebbe come una maggiore capacità di rilevare minacce, ma anche come la possibilità di entrare a contatto con i propri simili più facilmente; infatti il nostro sistema mnemonico sembra essere distorto positivamente e la memoria autobiografica sembra propensa a mantenere una percezione di noi stessi fortemente positiva (“better than average effect”), ad attribuire il merito dei nostri successi unicamente a noi stessi e la colpa degli insuccessi agli altri (“self-serving positive attribution) e a valutare in maniera molto positiva tutti coloro che sono strettamente legati a noi (“implicit egotism”).



Il “better than average effect”, anche definito da molti studiosi “False Uniqueness Bias”, consiste nell’illusione di possedere molte più caratteristiche socialmente desiderabili rispetto a tutti gli altri che ci circondano; probabilmente questo bias nasce dalla necessità di motivare noi stessi e percepirci positivamente.


Il self-serving positive attribution bias viene spesso adottato quando vogliamo proteggere noi stessi e la nostra autostima a seguito di un fallimento, la cui colpa pertanto viene attribuita ad altri e anche quando vogliamo elogiare noi stessi per un successo ottenuto; questo bias è meno presente in persone che soffrono di depressione, ansia e bassa autostima, poiché tendono ad attribuirsi la colpa a seguito di un evento negativo ed attribuire il successo, invece, alla fortuna o ad altri.



L’implicit egotism riflette la visione positiva del sé, in quanto tutto ciò che è associato al sé viene visto sotto una luce favorevole, sia che si tratti del semplice e puro possedimento di un oggetto (mere ownership effect), sia che si tratti di tutti quegli oggetti che riflettono informazioni sul sé, come nel caso del person positivity bias, ovvero la tendenza a valutare positivamente oggetti o animali che presentano aspetti umani, oppure il name letter effect, ovvero la preferenza per le lettere dell’alfabeto che compaiono nel nostro nome o cognome.


Secondo gli psicologi e i sociologi, questa serie di bias cognitivi, cioè una serie di costrutti fondati su percezioni errate, che non sono in linea con il giudizio critico e che tuttavia ci aiutano a prendere decisioni in fretta nella vita di tutti i giorni, sono necessari affinché le persone possano essere motivate a migliorare sé stessi, ma possano anche creare un loop di emozioni positive che risulti utile nella vita di tutti i giorni.


COLLABORAZIONE - Articolo a cura di: @feminist.side



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