Bettino Craxi e il rapido epilogo della “Prima Repubblica” (o della politica italiana?)

Sembra trascorso un intervallo di tempo incalcolabile da quando, il 29 aprile 1993, Bettino Craxi pronunciava il suo ultimo discorso alla Camera dei Deputati, confermando e denunciando ulteriormente il sistema di finanziamenti illeciti rivolti ai partiti italiani – del quale egli era fra i principali accusati – e attaccando la Procura di Milano, a suo dire, guidata da un “preciso disegno politico” e autrice di un “clima infame”; eppure, quasi trent’anni dopo l’epilogo della carriera del politico di Sigonella, è necessario soffermarsi su uno dei passaggi determinanti della storia moderna del Paese, per poter osservare con spirito critico ciò che seguì e le conseguenze scaturite da un evento la cui portata mediatica straordinaria colpì duramente la scena politica del tempo, inasprendo la notoria frattura che isolava la popolazione circa l’operato di una rappresentanza la cui credibilità era stata irreversibilmente minata. Scopo di questo pezzo non è certamente quello di deresponsabilizzare il celeberrimo politico milanese, piuttosto ricostruire il celere disfacimento di uno dei pesi massimi della Prima Repubblica e le chiare ripercussioni che si distinsero nel pubblico dibattito durante il trentennio successivo.



Nel suo ultimo discorso, nella stessa data in cui si insediava il Governo Ciampi, Craxi riprende le parole del luglio 1992, sostenendo che l’intera classe politica del tempo fosse coinvolta in uno scandalo che pareva invece concentrarsi esclusivamente su una determinata frangia dei partiti italiani, confermando quindi la propria colpevolezza riguardo i finanziamenti illeciti del PSI, ma negando l’accusa di corruzione e appellandosi alla coerenza intellettuale dei colleghi parlamentari, egualmente responsabili dell’atteggiamento criminale. Solo il giorno successivo, lasciando l’hotel Raphael – divenuto dimora romana dell’ex Presidente del Consiglio – Craxi venne accolto da una fitta sassaiola di oggetti di vario genere, principalmente monetine, richiamato all’appellativo “ladrone”, spesso affibbiato anche a Roma prima dalla fervente destra dell’epoca e successivamente dalla gioventù, profondamente turbata dalle scottanti rivelazioni emerse nel corso dell’ultimo anno. Il 30 aprile, perciò, è spesso ricordato come la data che sancisce ineluttabilmente la fine della Prima Repubblica, la quale lasciò spazio ad una nuova classe dirigente, sicuramente non più brillante di quella che la precedette.


Cosa decretarono, dunque, le indagini che coinvolsero alcune delle figure di maggior rilievo della politica italiana dopo la confessione del socialista Mario Chiesa, il proverbiale, “mariuolo isolato”? La popolazione tutta si contraddistinse per un incolmabile scetticismo rivolto nei confronti di una classe politica apparentemente corrotta e inaffidabile, che per lungo tempo, agendo nell’ombra, si era arricchita indegnamente per finanziare i propri interessi e vizi, oltre che la prosperità dei rispettivi partiti d’appartenenza. Come biasimare, d’altronde, un popolo il cui rancore era sintomo di un profondo malcontento, covato a lungo e capace di spodestare in poco tempo la stabile egemonia di un sistema colossale e formalmente impossibile da scalfire? Si rivela, tuttavia, manifesto come la generazione politica che seguì immediatamente quella lesa da “Mani Pulite” e più ampiamente da “Tangentopoli”, la cosiddetta “Seconda Repubblica”, non si sia mai dimostrata capace di sanare e superare le criticità evidenziate nel ’92. Anzi, tutt’altro, il sospetto e il pessimismo sono ormai sentimenti radicati nell’animo della popolazione tutta, che spesso stenta a ricercare un barlume di speranza in quella che dovrebbe essere fra le più eloquenti delle arti alle quali il cittadino possa aspirare, in accordo col proprio senso civico.



Alla luce dello scandalo emerso trent’anni or sono risulterebbe logico, quasi scontato, supporre che la politica italiana debba aver riflettuto a lungo sulla punizione, secondo molti esemplare, riservata a Craxi; viceversa l’ars politica è oggi considerata alla stregua dei peggiori crimini cui ci si possa dedicare, rivelando, tuttavia, un’ipocrisia già saggiamente indicata dal magistrato Francesco Saverio Borrelli, membro del pool di “Mani Pulite”. La sconcertante corruzione emersa in quella stagione altro non era che lo specchio macroscopico di un difetto microscopico: la tensione circa la tematica, difatti, scemò immediatamente non appena si palesò il rischio concreto che l’indagine potesse colpire il cittadino medio, il cui successo era, ed è tuttora, spesso influenzato da “piccoli espedienti”. Volgendo lo sguardo ad un periodo drammatico per la nazione, è indispensabile mantenere salda una visione globale della vicenda, utile non soltanto per una rivalutazione della politica nella sua più pura essenza, lontana dagli scheletri scoperti dalla magistratura, ma specialmente per volgere ad un rinnovato impegno civile e sociale, realmente capace di donare lustro al Paese.


Articolo a cura di: Antonino Palumbo



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