Bechdel test. La misura della rappresentazione femminile nel cinema

Il test di Bechdel, dal nome della creatrice Alison Bechdel, è un test pensato per verificare la rappresentazione e l’impatto dei personaggi femminili in un film.



Le regole sono poche e semplici:

  • presenza di due donne, di cui sia noto il nome

  • queste due donne devono interagire e/o parlare fra loro

  • la loro conversazione deve riguardare qualsiasi cosa che non sia un uomo

Facile vero?

Ora pensa a qualcuno dei tuoi film preferiti, o magari all’ultimo film che hai visto, cerca gli ultimi film vincitori agli Oscar… quante caselle del Bechdel test riesci a spuntare?


“Fight Club”, “The social Network”, “Spiderman: into the spiderverse”, “Il Signore degli anelli” (tutta la saga), “The avengers”, “Toy Story”, “Lala Land”, “The maze Runner”, “Avatar”, “Whiplash” e “A star is born” sono solo alcuni esempi di film che tutti conosciamo che non passano il test di Bechdel. Ovviamente ciò non significa che questi non siano tutti splendidi film, ma sicuramente fa riflettere sui modi in cui la società patriarcale ha influenzato le modalità di espressione umana, arrivando ad insinuarsi anche nella produzione cinematografica.


Posso sentire i pensieri di alcuni lettori in questo momento: sono richieste senza senso, troppo specifiche, non rispecchiano il valore attribuito da un regista o da una società alle donne in quanto genere. Perfetto, allora perché non proviamo a fare il contrario, applichiamo il test di Bechdel ai personaggi maschili e l’effetto sarà inverso: risulterà impossibile NON trovare una produzione cinematografica che non spunti tutte le caselle.

Proviamo a pensare ad un film in cui ci siano almeno due personaggi maschili, in cui questi interagiscano fra loro, e parlino di qualsiasi cosa che non sia una donna. Ogni film mai prodotto - eccetto i pochi il cui cast è totalmente al femminile - rispetta in generale le linee guida.



Questo test nasce quando la fumettista statunitense Bechdel ne fa enunciare i criteri a uno dei personaggi di una sua striscia del 1985, intitolata “The Rule”. Nata come semplice battuta, si è in seguito diffuso come metodo empirico di valutazione di film e serie televisive per quanto riguarda l’uguaglianza di genere.



Con l’iniziale “Thanks to Liz Wallace” la Bechdel ringrazia l’amica per l’idea, la quale a sua volta ha probabilmente preso ispirazione da uno scritto del 1929 di Virginia Woolf, “Una stanza tutta per sé”, in un passo nel quale la scrittrice lamenta che nella letteratura inglese, laddove la donna fosse rappresentata, questa esisteva solo relativamente ad un uomo, come madre, figlia o moglie:


«Cercai di ripensare a qualche esempio, incontrato nelle mie letture, nel quale due donne vengono presentate come amiche. […] A volte sono madri e figlie. Ma quasi senza eccezione vengono presentate in rapporto agli uomini. Era strano pensare che tutte le grandi donne della narrativa, fino ai tempi di Jane Austen, non solo erano viste attraverso gli occhi dell'altro sesso, ma erano viste unicamente in rapporto all'altro sesso».


Il test di Bechdel da una parte è stato accettato positivamente dagli studiosi e dalla critica: Dean Spade e Craig Willse, in un manuale di teoria femminista della Oxford University Press, definiscono il test “rivelatore di come la rappresentazione mediatica rafforzi dannose norme di genere” descrivendo le vite femminili come significanti solo in relazione alla figura maschile. Inoltre il critico Mark Harris argomentò che non solo molti film del passato non avrebbero passato il Bechdel test, ma anche metà dei film in lista per gli Oscar del 2009 non sarebbero riusciti “nell’impresa”.

Certo non sono mancate nel mondo del cinema le critiche a questo approccio: Secondo un articolo del 2017 del critico cinematografico Kyle Smith sulla National Review, una possibile causa dei risultati del test di Bechdel è che: «I film di Hollywood parlano di persone agli estremi della società – poliziotti, criminali, supereroi – che tendono a essere uomini», e che questo tipo di film è spesso creato dagli uomini perché «le idee delle donne per i film», che secondo Smith riguardano soprattutto le relazioni romantiche, «non sono abbastanza commerciali per gli studi di Hollywood».


Nonostante le critiche il metodo ha assunto una tale dimensione e diffusione da essere mezzo di vere e proprie analisi su ampia scala: da queste è emerso che superare il test di Bechdel è un indicatore del successo finanziario del film.

Secondo il sito di informazione Vocativ, nel 2013 i film che superavano il test incassarono negli Stati Uniti 4,22 miliardi di dollari, mentre quelli che non lo superavano incassarono 2,66 miliardi.


Per finire, vi lascio alcuni esempi di film che, a differenza dei primi citati, superano brillantemente il test di Bechdel: “Il diritto di contare”, “28 giorni dopo”, “Birds of prey”, “Emma”, “Il giardino delle vergini suicide”, “Ragazze interrotte”, “The hunger games”, “The florida project”, “Frozen”, “Kill Bill” e “Ghost Busters”.


Articolo a cura di: Arianna Roetta



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