Angela Davis: come nasce un’icona


La filosofia, il comunismo, la campagna contro la repressione carceraria, le Pantere Nere, la lotta di classe e il femminismo interiezionale: icona delle lotte per l’emancipazione dei neri e delle donne, Angela Davis ancora oggi è fra le figure centrali degli anni Settanta degli Stati Uniti.



Nel mese di agosto del 1970, l’FBI emette un mandato nei confronti di Angela Davis.

Qualche giorno prima, il 7, Jonathan Jackson, fratello di George, uno dei membri principali del Black Panther Party, si era macchiato dei reati di rapimento, cospirazione e omicidio. In tribunale si stava celebrando il processo contro tre detenuti neri e Jackson, una volta entrato nell’aula, ha preso in ostaggio il giudice, il procuratore e alcuni giurati: la maggior parte di loro, giudice compreso, verrà uccisa.


Alcune delle armi usate dal ragazzo risultano intestate ad Angela Davis: questo basta per incriminare anche lei che, secondo la legge californiana, è una complice di reato.

La latitanza di Angela Davis dura circa un paio di mesi nei quali è considerata fra i dieci criminali più ricercati degli Stati Uniti: il giorno della sua cattura sarà lo stesso presidente Nixon ad interrompere le trasmissioni televisive per complimentarsi con l’FBI per il traguardo raggiunto.


Il suo periodo di clandestinità culmina con l’arresto e la detenzione per circa due anni fino a quando, nel 1972, viene assolta. La sua vicenda porta tutto il mondo a conoscere la Davis e a mobilitarsi per evitarle la pena di morte e per richiederne il rilascio. Angela Davis nel 1970 è un giovane insegnante di filosofia a Berkeley, allieva di Adorno e Marcuse, che era già stata costretta a lasciare il suo ruolo in università perché iscritta al Partito Comunista degli Stati Uniti d’America.

Nel decennio che precede il suo arresto si era schierata in prima linea nella lotta contro il razzismo e la repressione nei confronti degli afroamericani e aveva condotto una campagna a sostegno proprio dei detenuti nelle galere della California.

Alcuni giornali italiani ne parlano come “la passionaria nera” e la considerano “una delle più belle e combattive figure del movimento per la liberazione dei neri d’America”.



Lo stesso Marcuse, oltre a definirla come la “migliore studentessa in trenta anni di insegnamento”, lancia un appello paragonando la storia di Angela Davis a quella di una vera e propria repressione politica “contro una donna, una militante nera, una contestatrice di sinistra”. Militante nel gruppo comunista Che- Lumumba Club e nelle Pantere Nere, il Black Panther Party, spesso si troverà in netta contrapposizione con alcuni componenti del movimento soprattutto a causa del suo essere donna.


Agli albori, infatti, il Black Power ha come obiettivo anche la riconquista da parte degli uomini neri di una “mascolinità castrata” dovuta all’oppressione razziale prima e al fenomeno del cosiddetto “matriarcato nero”. Ciò porta i militanti delle Pantere Nere a compiere ricorrenti episodi di sessismo, molestie e violenze nei confronti delle compagne di lotta: per la prima volta queste condizioni saranno denunciate da Elaine Brown, nel suo A Taste of Power. Ad Angela Davis, ad esempio, viene spesso criticato dai suoi stessi compagni il fatto di svolgere un “lavoro da uomo”: sono proprio questi atteggiamenti che la portano ad abbandonare il movimento. Alle battaglie contro la repressione carceraria e l’impegno per l’emancipazione degli afroamericani Angela Davis affianca anche la lotta femminista, diventando l’immagine del femminismo nero.



È fra le prime a portare alla luce la condizione di sfruttamento delle donne nere che si trovano ad essere oppresse non solo in quanto donne, ma anche come lavoratrici e per il colore della loro pelle. Non solo: nei suoi scritti e nei suoi discorsi Angela Davis denuncia come nel corso della storia le donne bianche appartenenti alla classe media non abbiano mai lottato per i diritti delle altre donne, sia le lavoratrici bianche che le donne nere del nord e del sud, fin dagli albori. Con queste premesse il femminismo si presentava tutt’altro che inclusivo come, invece, prova a mostrarsi oggi.


Questo cambiamento lo dobbiamo proprio a figure come quelle di Angela Davis che, nel periodo precedente all’arresto, dice: “Si rischia la vita quando si combatte il capitalismo, ma la nostra vita individuale è meno importante della nostra lotta. Quello che conta è soprattutto creare lo spirito collettivo, opponendosi all’egoismo personale ma permettendo nello stesso tempo alla personalità di ognuno di svilupparsi interamente.” Ancora oggi resta la vera icona delle rivoluzioni americane degli anni Settanta.


Articolo a cura di: Beatrice Tominic



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