Alice in borderland - Il survival game che vorresti vedere (dopo avere amato Squid Game)

Il successo tardivo per la serie giapponese arriva come eco di un capolavoro



Mentre Squid Game diventa la serie più vista della storia di Netflix, l’eco del suo successo avvicina ai prodotti cinematografici asiatici il pubblico, giovando a quelle pellicole che nonostante la loro qualità al debutto non hanno ricevuto le attenzioni che meritano. Un esempio di questo fenomeno è la serie giapponese Alice in Borderland, che ho divorato in pochi giorni appena è stata distribuita a dicembre 2020.


Non vi nascondo che, quando ho saputo che molte persone hanno deciso di vederla dopo aver visto Squid Game, una parte di me è stata contentissima, ma un’altra ha provato quello strano senso di gelosia che ci colpisce quando qualcosa che abbiamo apprezzato mentre pochi altri lo facevano all’improvviso diventa popolare.


Quando ho deciso di vedere questa serie, pensavo trattasse dei problemi psichiatrici di una ragazza di nome Alice e che il titolo fosse appunto un gioco di parole tra il famoso romanzo di Lewis Carroll e il disturbo borderline della personalità, ma non potevo sbagliarmi di più: in realtà, anche in questo caso il fulcro è il survival game e il concetto generale della serie non è troppo dissimile da quello di Squid Game, ma comunque abbastanza diverso da poter essere goduto senza avere l’impressione di stare guardando un’altra versione della stessa storia.

Come nella serie coreana, la morte è presentata in maniera estremamente fredda e meccanica, ma se Squid Game, seppure con i suoi estremismi, racconta una storia verosimile che potrebbe svolgersi nella realtà, Alice in Borderland ha delle premesse del tutto fantastiche: basata sul manga omonimo di Haro Aso, la serie ha come protagonista Arisu, un ragazzo che insieme ad alcuni amici si ritrova improvvisamente in una Tokyo quasi deserta, presumibilmente in una sorta di realtà parallela, dove l’unico modo per guadagnare tempo da vivere è giocare a dei giochi mortali con in palio la possibilità di sopravvivere ancora per qualche giorno prima di dover giocare di nuovo.



Se i luoghi in cui i giochi si svolgono sono ben più semplici, quasi spartani rispetto alle coloratissime scenografie di Squid Game (che hanno contribuito in parte al suo enorme e immediato successo), essi rispondono tuttavia a una precisa finalità: se in Squid Game i giocatori sono chiamati a sperimentare una realtà straniante, altra rispetto al mondo esterno e “normale”, in Alice in Borderland sono proprio i luoghi della quotidianità a trasformarsi nel palcoscenico del loro incubo, così che la loro casa, la loro stessa città siano teatro delle atrocità che vivono e a cui assistono.


Articolo a cura di: Alysia Giorgia Voltattorni



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