Abortire: oggi si può?

A quarant’anni dal referendum che lo approvava, il diritto di una donna di decidere liberamente se interrompere la gravidanza deve essere ancora difeso. Ricordiamo quei giorni, 17-18 maggio del 1981, quando milioni di persone si recarono a votare appoggiando la legge 194.



Prima di quella norma, giunta nel 1978, una donna che praticava l’interruzione volontaria di gravidanza rischiava fino a quattro anni di carcere mentre a chi causava l’aborto cinque.


Ad oggi, succede ancora che un magistrato di sorveglianza sia sanzionato per aver negato ad una donna, detenuta agli arresti domiciliari, il diritto di uscire temporaneamente dal proprio domicilio per interrompere una gravidanza indesiderata. La giustificazione posta dal magistrato riguardava l’obiezione di coscienza.

Negli ultimi tempi, a peggiorare il tutto, è stata sicuramente la pandemia. Il blocco dei servizi sanitari ha reso sicuramente più difficile per le donne l’accesso ai servizi sanitari essenziali, con conseguente aumento delle gravidanze e riduzione dell’accesso all’aborto. Tutto ciò ha reso più urgente la necessità di garantire questo diritto.


È inaccettabile che il diritto all’aborto sia messo in discussione degli uomini. Si tratta di una violenza che porta ad una inevitabile regressione della società. È essenziale che, in uno Stato di diritto, quale il nostro, il diritto all’interruzione della gravidanza sia garantito. Bisogna, infatti, tenere conto, delle implicazioni che comporta una gravidanza, soprattutto se indesiderata. Essere madre significa responsabilizzarsi. È una responsabilità etica, umana, sociale ed economica.


Nessuno può e deve sostituirsi a chi si trova in stato di gravidanza. Si tratta di una scelta molto importante e delicata che non può che essere personale.


Molte volte il diritto all’aborto richiede il bilanciamento con l’obiezione di coscienza, ma questo non giustifica nessun medico a ledere la dignità di una donna che abbia deciso, per ovvi motivi, di interrompere la gravidanza.


In Europa, cinque Paesi hanno firmato una lettera per chiedere la rimozione di tutti gli ostacoli legali all’aborto. Nella lettera viene scritto “nessuna donna dovrebbe morire a causa della gravidanza o del parto. Alla base di un mondo giusto ed equo per le donne e le ragazze è il diritto di decidere del proprio corpo. Ovunque, ogni donna ha diritto all’aborto sicuro e legale”.



Tra questi Paesi manca l’Italia, che ancora sembra essere arretrata sotto questo punto di vista. Ci sono regioni in Italia, il Molise per esempio, in cui è impossibile abortire, perché tutti i medici sono obiettori di coscienza. Ci sono altre regioni in cui arriva un solo medico settimanalmente.

Un sondaggio dell’Associazione Luca Coscioni dice che il 31% della popolazione vorrebbe una maggiore applicabilità della legge e anche un maggiore utilizzo della via farmacologica all’interruzione di gravidanza. Filomena Gallo e Mirella Parachini, Segretario e vice Segretario di Associazione Luca Coscioni spiegano: “Vogliamo richiamare l’attenzione sul costante attacco alla Legge 194 da una parte di Paese impegnato in continui tentativi nel disapplicare la norma, rendendo i percorsi di accesso all’Interruzione Volontaria di Gravidanza molto difficili”.


È evidente, comunque, che, per quanto vi sia un forte impegno da parte di queste associazioni a garantire tale diritto, il raggiungimento della piena libertà sembra essere ancora lontano.


Articolo a cura di: Marica Cuppari



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