3 Poeti in cerca di fan

Ogni tempo ha i suoi artisti. Che siano scrittori, musicisti, poeti o scultori non importa. Ogni epoca, in una specie di fiera universale, sfoggia i suoi pezzi pregiati. A volte il numero di questi pezzi da collezione è così alto che diventa difficile tenerne il conto, è c’è invece il rischio di dimenticare qualcuno. Altre volte il rischio è quello di soffermarsi troppo su un singolo abito dimenticandosi di tutti gli altri capi che lo circondano. La verità è che fare liste riguardanti artisti è sempre impossibile poiché troppo ci sarebbe da considerare, troppi punti di vista da incrociare, troppi gusti da accontentare o far arrabbiare. D’altra parte però troppo spesso, chiusi nei programmi ministeriali, ci chiudiamo a certe personalità e ci interessiamo solo ai “soliti”.



Non posso ridare giustizia a tutti gli scrittori ignorati da un frenetico professore di lettere, ansioso di finire il programma per cominciare le ultime interrogazioni. Tuttavia posso rimettere il faro su alcuni poeti che secondo me andrebbero recuperati. La scelta, pur sostenuta da critici assai migliori di me, è chiaramente personale. Ognuno hai suoi oscuri artisti da riproporre. Questi che vi propongo non sono i migliori, semplicemente quelli che ho selezionato io. Sono tutti poeti perché preferisco la poesia. Sono tre perché mi piace il numero perfetto. Ognuno ha le sue perversioni.


Il primo è Mario Luzi, fiorentino, cattolico. Nasce come ermetico e difatti le sue prime opere sono nel solco del simbolismo e delle forti analogie. Successivamente nel dopoguerra abbandona questo stile chiuso e approda al colloquiale, al realistico. Di fede sofferta e forte allo stesso tempo, Luzi non smette di indagare sul mondo, sul suo rapporto con Dio e su quel mondo che a volte lo spinge a credere e altre volte lo induce ad abbandonare la speranza.


Il secondo sconosciuto è Vittorio Sereni. Il ragazzo, profondamente influenzato da Montale, già prima della guerra sente e vive, sul lago Maggiore dove è nato, il male di vivere che tanto lo avvicina all’Eugenio genovese. Durante la seconda guerra mondiale si ritrova poi prigioniero in Algeria dove scrive una delle sue opere più importanti, Il Diario d’Algeria. Qui il poeta si sente emarginato, misero, fuori dalla storia collettiva, “morto alla pace e alla guerra”. Tornato in patria Sereni continuerà a scrivere affrontando la dicotomia tra un mondo che si conserva immutato, il suo paese natio, e la storia del mondo e del poeta stesso che invece va inesorabilmente avanti.



Il terzo moschettiere che conclude questa sfilata improvvisata che irrompe nei saloni di moda scolastici è anche uno dei miei autori preferiti. Il solito nepotismo italiano. Parlo di Giorgio Caproni, salito alla ribalta per aver ricevuto il grandissimo onore di essere stato scelto come analisi del testo all’esame di maturità 2017. Il povero poeta affronta nel suo viaggio poetico i propri lutti e le proprie mancanze. Inneggia alla madre morta, farnetica di una Genova intesa come ancora di vita, insiste religiosamente sul non senso del mondo, lui che sa che “Dio s’è suicidato”. E mentre molti nel novecento dimenticano rime, musicalità, assonanza, egli invece cerca di fare musica in ogni verso. A ricordare allora che la poesia non è solo intuizione ma anche ragionamento e lavoro artigianale.


COLLABORAZIONE - Articolo a cura di: Emanuele Zottoli di FIAT LUX RIVISTA LETTERARIA



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