21 marzo 2022: Il coraggio è sempre una scelta

Aggiornamento: 1 mar

Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare? Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”. Rita Atria



L’1 marzo 2017 la Camera dei Deputati all’unanimità ha approvato la proposta di legge che ha istituito e riconosciuto il 21 marzo quale “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”. Un traguardo importante che non significa limitarsi al puro simbolismo, bensì giungere alla consapevolezza per cui fare memoria è uno degli ingredienti principali per non lasciarsi sopraffare dall’indifferenza e da un silenzio omicida.


Centinaia sono le vittime innocenti che hanno perso la vita per casualità, per errore. Come se l’errore fosse una delle possibili cause di morte giustificate da una circostanza “pericolosa”. Il pericolo viene alimentato ogni qual volta decidiamo di girarci dall’altra parte per assicurarci la sicurezza. Non esiste lavoro più pericoloso di un altro o situazione più rischiosa di un’altra quando si tratta di contrasto alle mafie. Non esiste il “se l’è andata a cercare”. Non esistono giustificazioni eticamente valide quando si tratta di vite spezzate dalla vigliaccheria di chi si nutre di omertà. Esistono invece la solitudine, la paura di essere lasciati soli e la delusione di uno Stato che invece di proteggere indietreggia perché anch'esso vittima e a volte complice della stessa criminalità.


Durante la terza serata della 72esima edizione del Festival della musica italiana abbiamo avuto la possibilità di assistere ad un intervento di Roberto Saviano a mio avviso stimolante e ricco di spunti da cui partire per partorire riflessioni importanti.

"Molti di noi ancora non c'erano, eppure la loro storia è parte della nostra memoria collettiva, per tutti noi sono simboli di coraggio, che è sempre una scelta, di fronte alla necessità di cambiare le cose si può scegliere o lasciar perdere, ma non scegliere è rendersi complice".


L'intervento di Saviano si è incentrato sul ricordo (dal lat. recŏrdari, der., col pref. re-, di cor, cordis«cuore», perché il cuore era ritenuto la sede della memoria) delle stragi del ‘92, le stragi di Capaci e di via D’Amelio che videro morire il 23 maggio 1992Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo ed il 19 luglio 1992Paolo Borsellino insieme agli agenti della scorta,

rispettivamente Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro ed Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina.


Quest’anno sono 30 anni.


Lo scrittore ha ricordato anche la storia di Rita Atria, una giovane vittima di mafia divenuta la prima testimone di giustizia d’Italia. È doveroso fare memoria di quei magistrati che si sono sacrificati per il bene comune, sono però altrettanto convinta che il 21 marzo (così come tutto il resto dell’anno) sia il giorno in cui si dà voce a chi non ce l’ha più e per questo, rifacendomi a Saviano, voglio mettere anche solo parzialmente per iscritto la grande storia di una 17enne che il 26 luglio 1992, una settimana dopo la morte del Dottor Borsellino, si tolse la vita.

Figlia di Vito Atria e di Giovanna Canova, a undici anni perde in un agguato il padre, boss locale affiliato a Cosa nostra. Anche il fratello Nicola muore per lo stesso motivo e la moglie Piera Aiellodenuncia i due assassini iniziando a collaborare con la polizia. Nel novembre 1991, su esempio della cognata, Rita pretende giustizia anche a costo di essere ripudiata dalla madre e si affida al giudice Borsellino al quale riferisce tutte le informazioni che negli anni era riuscita a raccogliere. Gli occhi di Rita sono gli stessi di una figlia davanti al proprio padre: colmi di stima, riconoscenza e fiducia. Quegli stessi occhi che Rita ha chiuso mentre si buttava dal settimo piano di un palazzo a Roma, svuotata da ogni tipo di speranza per il futuro. La memoria però non si cancella, come recita il sottotitolo del libro “Morire di mafia” dell’Associazione “Cosa Vostra” nel quale sono racchiuse tantissime altre storie di vittime innocenti di mafia che meritano di essere scritte e di essere lette. Solo così si può dare un senso al sangue versato, solo così è possibile rendere fecondo il coraggio altrui tramite l’aggiunta del nostro.


Le deposizioni di Piera e di Rita, insieme ad altre testimonianze, oltre a costituire un esempio di virtù umana, hanno permesso di arrestare numerosi mafiosi di Partanna, Sciacca e Marsala e nel tema della maturità, un mese prima di morire, Rita scrive “L’unica speranza è non arrendersi mai. Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivranno contro tutto e tutti. L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore”.

Rita Atria. Tema di maturità. Erice, 5 giugno 1992

Articolo a cura di: Emanuela Braghieri




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