2001: l’odissea della musica in digitale

La rivoluzione discografica nell’epoca della digitalizzazione musicale, dall’introduzione del formato MP3 al successo delle piattaforme streaming.



L’arte è la forma di espressione culturale che maggiormente si presta a mutamenti determinati da scelte che portano ad esiti inaspettati, che svantaggiano alcuni a beneficio di altri. Una delle cause del suddetto “cambiamento” è la digitalizzazione, in particolare quella del mercato musicale, con effetti devastanti sull’economia del settore.


Negli ultimi anni la diffusione di internet e del sistema “file-sharing” dà una significativa scossa all’interno del mercato, dettata dall’ascesa di un nuovo formato di musica, quella del “MP3”, acronimo di “MPEG-3/Moving Picture Experts Group”. È questione di tempo prima che gli antesignani vinili – conosciuti anche come “45 giri”– e i celebri successori “Compact Disc” vengano sostituiti dal nuovo formato, il file multimediale, che nel 2001, anno in cui nasce lo stesso “Napster”, segna l’alba di una nuova era. L’odissea musicale Kubrickiana del 2001 non si apre nel migliore dei modi: la crisi delle aziende del settore discografico porta l’industria musicale ad aderire alla rivoluzione in atto, investendo nel file-sharing e nel peer to peer – si pensi a BitTorrent e Edonkey – i cui costi di produzione erano nettamente inferiori a quelli sopportati in passato per i vecchi formati.


Alla crisi delle grandi case discografiche segue la stagione del nuovo mercato digitale: tra il 2003 e il 2004 si assiste ad una notevole espansione del formato MP3 grazie al lancio di nuove piattaforme di servizi digitali come Rhapsody e Musicmatch, i quali offrono più di venti milioni di brani acquistabili on-line che avrebbero fruttato milioni di vendite in tutto il mondo: tant’è che il mercato di musica digitale avrebbe rappresentato, in quegli anni, un terzo delle vendite generali di tutto il mercato musicale globale.


Negli anni a seguire, l’industria musicale partecipò attivamente alla rivoluzione “social” mediante l’intercettazione dei gusti degli utenti e cooperando con le piattaforme a contenuto digitale come Youtube, che tra il 2006 e il 2007 stipulò con Sony e Warner degli accordi milionari con cui si stabiliva che le medesime case discografiche avrebbero tratto beneficio dall’utilizzo della propria musica sulla piattaforma di video-sharing.


La fase finale dell’evoluzione digitale della musica, in estrema sintesi, può ricondursi al principio degli anni 2010 con l’avvento di Spotify: la piattaforma svedese nata nel 2006 dilagherà nel decennio successivo e il modello “Freemium” – che consente all’utente di scegliere tra una versione gratuita e una a pagamento senza pubblicità – rappresenterà l’alternativa più valida al download illegale. Musica e tecnologia divengono due linee parallele che non si incrociano mai: nel 2010 viene introdotto il concetto di “unità equivalente ad album”, un indicatore che calcola le vendite dei dischi prendendo in considerazione i download e le visualizzazioni streaming degli utenti. La scelta di commisurare il guadagno al singolo ascolto ha suscitato non poche critiche delle case discografiche indipendenti, le cosidette “indies”, tra cui Racing Junior, che riportò un dato abbastanza preoccupante: i suoi artisti erano stati ascoltati più di 50 mille volte su Spotify ma il guadagno finale, determinato dall’unità equivalente ad album e da altri indici simili, si sarebbe aggirato intorno ai 5 dollari totali.


I vari tentativi di riportare la musica a strumento di guadagno sembrano essere pertanto vanificati dall’invasione – più che rivoluzione – delle tecnologie moderne, che da fenomeni scissi dall’arte ne divengono parte integrante e necessaria, talora recando danno a chi vive di musica, libera e slegata dalle logiche commerciali, quella delle indies e quella (perché no!) della saletta nel seminterrato.


Gli indici di vendita lasciamoli agli economisti.


Articolo a cura di: Giuseppe Mafrica



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