12-13 maggio 1974: il NO dell’Italia

Siamo nel 1970 e l’Italia in questo periodo non è certamente uno dei luoghi più tranquilli in Europa. Il fermento delle rivolte studentesche e dei movimenti femministi, insieme alla ricerca di una maggiore libertà civile e politica, portano degli sbalzi (e non solo) che fanno, di quest’epoca, quella delle leggi verso il progresso civile.



È proprio nel 1970 che viene approvata la legge Fortuna-Baslini sul divorzio: si tratta di un cambio epocale nel Paese più cattolico tra quelli occidentali e, da un punto di vista sociale, una conquista per la figura della donna, che sta emergendo come autonoma e sicura nelle sue scelte, poiché c’è una coscienza e una società che le permettono di svincolarsi dall’unione perpetua.


Il tema del divorzio in Italia si affrontava sin dal 1878, ma sarà l’unione delle forze socialiste e liberali che manderà in porto la legge. Questa, inevitabilmente, generò divisioni e dissidi all’interno del Parlamento italiano, al punto che si giungerà a un referendum abrogativo nel 1974. Il referendum fu promosso dalla fazione cattolica della Democrazia Cristiana, al tempo guidata da Amintore Fanfani: il referendum divenne anche campo di battaglia tra i Democristiani e la fazione di sinistra, compresi i Radicali, che in questi anni stava avanzando sia sul campo sociale che su quello politico.


Chiaramente la fazione cattolica puntava la sua attenzione sull’indissolubilità del matrimonio e anche sulle complesse procedure giudiziarie che erano conseguenze di esso. Radicali e socialisti, dal canto loro, chiarivano come la legge del 1970 sanasse un grandissimo vuoto civico e di tutela della libertànell’ordinamento italiano, e che esso dovesse essere visto più come una conquista che come una lacerazione nell’etica comune. Soprattutto, loro facevano notare come, ormai da quattro anni, si fosse fatto un passo avanti, dunque tornare indietro era pressocché impossibile e alquanto inutile: ciò avrebbe significato perdere dei diritti appena conquistati, in virtù di un’etica che rispecchiava una visione unilaterale.


Si potrebbe discutere a lungo sui fondamenti, sulle idee, sulle battaglie politiche e civili, sullo sfondo etico ma anche filosofico e antropologico che riguarda il tema del divorzio. Ma fondamentale, dal punto di vista storico, è andare a vedere il risultato del referendum stesso.


Esso ebbe una partecipazione e un quorum unici, quasi dell’88%, il che significa che unanimemente il popolo ha risposto a una richiesta molto sentita e che, evidentemente, le divisioni che correvano in Parlamento trovavano prosecuzione anche tra i cittadini. Al referendum vinse il “no”, dunque la fazione divorzista prevalse su quella che aveva proposto l’abrogazione della L. 898/1970.


Pensare, però, che il superamento di un referendum abrogativo abbia posto fine alle discussioni su questo tema sarebbe un grave errore. Oserei dire che proprio la vittoria del no abbia provocato una maggiore distanza tra i politici. Ma d’altronde dobbiamo pur sempre ricordare che, gli anni Settanta, altro non sono che l’inizio di una conquista liberale maggiore e un arretramento difensivo di tutta quella cultura legata strettamente alla religione, che ormai non riesce più a entrare in questi tempi.


Dobbiamo invece ricordare come il divorzio, che come alcuni sostengono “rovina le famiglie”, altro non è che una soluzione corretta e civile a un sentimento di disaffezione che permane, anche se il matrimonio continua. L’eventuale abrogazione della legge sul divorzio avrebbe rispecchiato sicuramente un leitmotiv del nostro essere uomini: rimanere concentrati sull’oggetto e sulla ritualità, piuttosto che sul soggetto e la sostanzialità.


Articolo a cura di: Marco Mariani

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