ὃπως ἒστιν: È necessario che tutto sia

L’essere è, il nulla non è. Forse è una delle pochissime certezze che abbiamo. Eppure a volte la dimentichiamo: così concentrati su ciò che non è, perdiamo di vista ciò che è, magari lì, in attesa di un nostro sguardo.



È necessario che tutto sia” sono le parole che Dike, la dea della Giustizia, sceglie di utilizzare una volta aperta la “porta dei sentieri del giorno e della notte” al ricercatore di Verità nell’opera “Sulla natura” del V secolo a.C.

L’autore è Parmenide, un filosofo nato in provincia di Salerno ed erede di una famiglia aristocratica della magna Grecia, che si colloca in un contesto preplatonico nel quale il centro di interesse è la ricerca della famosa archè, essenza del mondo e fissità interlocutoria dell’antichità. A chi affida questo prezioso compito? Acqua, fuoco, aria, apeiron? Per il filosofo risulta riduttivo dare una specifica consistenza a questo principio e di fatti lo pone in relazione all’essere in quanto unico, atemporale, eterno, immobile, indivisibile, ingenerato ed imperituro. Il mutamento non è contemplato e se lo fosse, costituirebbe un’illusione.


Una sfera, massimo esempio geometrico di perfezione e continuità, è la figura che Parmenide sceglie di attribuire al suo principio.


La natura è, prima di tutto, esperienza ed espressione e per comprenderla, anche solo parzialmente, è necessario utilizzare la ragione. Essa infatti è la scultrice del pensiero ed il linguaggio il mezzo attraverso il quale quest’ultimo si manifesta. Non è possibile però giungere alla “vera” verità senza considerare quello che la doxa, le opiniones, dicono. L’uomo che il filosofo ci presenta, infatti, riesce a raggiungere la destinazione attraversando “tutti i luoghi” lungo “la via divina dei molti discorsi”. Le opinioni possono fuorviare così come illuminare, ma anche nel buio, se c’è la volontà, si può camminare. Le figlie del dio Sole accompagnano l’esploratore e, dinanzi a Dike, si preoccupano di persuaderla affinché apra la porta. La persuasione rende possibile il recupero del problema (da probállō "mettere davanti") e del simbolo (da symbállō “mettere insieme”) poiché permette all’uomo di condurre un ragionamento basato sul logos.



«Orbene, io ti dirò – e tu ascolta e ricevi la mia parola – quali sono le vie di ricerca che si possono pensare: l'una che "è" e che non è possibile che non sia – è il sentiero della Persuasione, perché tien dietro alla Verità – l'altra che "non è" e che è necessario che non sia. E io ti dico che questo è un sentiero su cui nulla si apprende. Infatti, non potresti conoscere ciò che non è, perché non è cosa fattibile. Né potresti esprimerlo».

La scoperta a cui giunge il protagonista contrasta le sue aspettative: si apre un varco che custodisce un abisso senza fondo. L’universo va studiato, ma esso è infinito e l’uomo, poiché essere finito, si sente impotente.


Parmenide, con questa immagine, ci presenta la giustizia come molto riparatore in quanto tramite che va conosciuto ed unico aiutante per avvicinarsi il più possibile alla verità. Infatti la pena ha, o meglio, dovrebbe avere, un duplice obiettivo: risarcire il soggetto leso e riparare l’errore del colpevole.

Ma la verità richiede di essere cercata e ricercata ogni giorno, poiché aletica (da Aletheia “svelamento”, “rivelazione” o “verità”).

L’invisibile è tale solo perché in contrasto con ciò che è visibile, così come il non essere esiste ed è pensabile solo in relazione ed in contrapposizione all’essere. Il processo così come la vita possono essere studiati come espressioni della coesistenza tra essere e non essere: ci saranno sempre zone che non conosciamo ma ciò non significa che non esistano. È per questo motivo che, anche tra mille pareri diversi e mille assenze, bisogna trovare il coraggio di non smettere di ricercare l’autenticità, sempre presente e pronta ad emergere.


Articolo a cura di: Emanuela Braghieri



18 visualizzazioni0 commenti